
Pubblichiamo un brano dell’intervista che Luciano Gallino ci ha gentilmente rilasciato in occasione della sua nomina a Presidente onorario dell’Associazione Italiana di Sociologia. In questa intervista il Professor Gallino tocca molti temi e affronta diverse importanti questioni. Ripercorre le tappe più significative della sua prestigiosa carriera di studioso, riflette sullo stato di salute della sociologia italiana e analizza alcuni punti nodali che sono oggi al centro del dibattito internazionale nelle scienze sociali. L’intervista sarà pubblicata integralmente sul prossimo numero della rivista Ra – Rivista dell’AIS.
Luciano Gallino è studioso noto a livello internazionale. Dal 1960 a oggi ha pubblicato circa quaranta volumi su temi relativi alla teoria sociale, alla sociologia economica e del lavoro, alla sociologia della scienza e alle tecnologie della formazione. Il suo fondamentale Dizionario di Sociologia è stato tradotto e pubblicato in lingua spagnola. Ricordiamo fra le sue ultime opere: Globalizzazione e disuguaglianze (2000, tradotto in spagnolo), L’impresa irresponsabile (2005), Italia in frantumi (2006), Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici (2007), Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità (2007), Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia (2009), Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi (2011).
Quali sono, a suo parere, le principali sfide e priorità con cui le scienze sociali sono chiamate a fare i conti oggi? Come ritiene che occorra ripensare lo statuto epistemologico della sociologia per interpretare “tempi turbolenti” come quelli che stiamo vivendo (per citare il titolo dell’ultimo convegno organizzato lo scorso settembre dall’European Sociological Association)?
Il mondo sta attraversando una gravissima, quadruplice crisi: economica, sociale, antropologica, ecologica. In sintesi: 1) esiste uno squilibrio enorme tra le potenzialità tecnologiche ed economiche di cui disponiamo, e le effettive condizioni di vita di tre quarti della popolazione del pianeta; 2) il lavoro salariato è la forma lavoro, l’elemento cui si riferisce ogni tipo di riconoscimento sociale, la base indispensabile della sussistenza individuale e collettiva, diventato assolutamente universale nel momento in cui l’economia non riesce più a crearlo in misura sufficiente – come ebbe già a notare Hannah Arendt a metà del Novecento; 3) il genere di esistenza umana insieme con la personalità (o se si vuole il carattere sociale) della persona che la civiltà del tardo capitalismo tende globalmente a produrre è molto al disotto degli ideali che la modernità si è posta fin dai suoi esordi. Ed è anche totalmente inadeguata, sotto il profilo intellettuale, morale, culturale, per far fronte alle crisi qui indicate; 4) sono sempre più numerosi i segni attestanti che l’attuale rapporto tra uso delle risorse naturali e il modello economico fondato sullo sviluppo senza fine non è sostenibile, e che il tempo per cambiarlo a fondo si sta facendo drammaticamente breve.
Non arriverò a dire che tutti i sociologi dovrebbero adottare il paradigma della world system theory in ogni ricerca che fanno. Ma di certo dovrebbero dedicare un maggior impegno allo studio dei diversi aspetti della crisi, delle sue cause, dei modi in cui essa tocca differenti gruppi di popolazione, e dei metodi da seguire per conformare e diffondere nel pubblico una maggior conoscenza e coscienza di essa.
Nel suo ultimo libro Finanzcapitalismo Lei analizza il tipo di accumulazione di capitale che ha caratterizzato gli ultimi decenni. In che cosa consiste il finanzcapitalismo? Quali sono i profili di novità che esso presenta rispetto al capitalismo industriale? Quali le poste in gioco? E in che senso Lei afferma che l’attuale crisi economica “è diventata una vera e propria crisi di civiltà”?
Il finanzcapitalismo è uno stadio del capitalismo in cui la produzione di denaro a mezzo di denaro ha preso il sopravvento sulla produzione di merci a mezzo di merci. Una delle sue caratteristiche più innovative consiste nell’essere fondato sul debito. Le banche – meglio: i grandi gruppi finanziari – spingono famiglie e imprese a contrarre debiti molto al disopra delle loro possibilità di ripagarli. Concedendo debiti le banche creano denaro dal nulla: sono i debiti che creano la maggior parte dei depositi, non il contrario. Tuttavia, oltre un certo limite fissato da accordi interbancari e dalle banche centrali, per poter continuare a concedere debiti, da cui traggono corposi flussi di reddito, le banche hanno bisogno di denaro fresco. Se lo procurano in due modi. Anzitutto trasformando i crediti (che sono debiti per chi li ha ricevuti, tipo un mutuo per la casa) in titoli commerciali e vendendoli a società di scopo da loro stesse istituite. E’ l’operazione nota come titolarizzazione o cartolarizzazione. In tal modo i crediti escono dal bilancio, mentre ci entra il capitale ricavato vendendoli, per cui la banca in questione può concederne altri. In secondo luogo le banche stesse contraggono debiti, chiedendo prestiti ad altre banche, agli investitori istituzionali (fondi pensione, fondi comuni, compagnie di assicurazione), alle banche centrali, ai fondi monetari. Concedendo e contraendo montagne di debito, le maggiori banche occidentali erano giunte nel 2007 ad operare in media con un rapporto di 1:33 tra capitale proprio e capitali presi in prestito. Con un simile rapporto (o leva finanziaria), se un solo singolo creditore chiede gli sia restituita d’urgenza una somma pari al 3 per cento dei capitali che una banca gestisce, l’intero capitale proprio viene azzerato e la banca va a fondo. E’ quello che è avvenuto a decine di banche americane ed europee dal 2008 in avanti, ed è tuttora il problema alla base della crisi in corso, camuffata come crisi del debito pubblico, mentre in realtà è una crisi del sistema finanziario.
Nel mio libro ho parlato di crisi di civiltà perché l’idea che si possa fondare l’intera economia sulla creazione di denaro invece che sulla produzione di valore d’uso è diventato il paradigma dominante nelle imprese industriali, nelle amministrazioni pubbliche, nei governi, nelle famiglie, perfino nella vita dei singoli individui. Una simile idea non può costituire la base durevole di una civiltà.
Uno dei temi più controversi al centro del dibattito pubblico sull’Università è la questione della valutazione della qualità scientifica. In Finanzcapitalismo (2011) Lei sostiene che l’estensione del principio dell’efficienza aziendale a settori come sanità, scuola e università corrisponde ad una precisa tecnica di “assoggettamento” biopolitico che mira foucaultianamente a modellare l’intera vita sociale in funzione dei valori e degli interessi del finanzcapitalismo. L’enfasi sulla valutazione universitaria può essere considerata anch’essa come parte di questo disegno governamentale complessivo? E in che modo, per entrare nel merito della questione, si può coniugare l’esigenza di criteri di valutazione oggettivi e trasparenti con il rispetto della specificità epistemologica delle scienze umane e sociali?
L’idea che esistano criteri di valutazione oggettivi e trasparenti per qualsiasi ramo dello scibile è un artefatto della ragione strumentale dissociata paradossalmente da una concezione oggettiva della ragione. La prima riflette esclusivamente sui rapporti tra mezzi e fini, quali che essi siano. La seconda riflette sui fini che appare bene perseguire nella faticosa opera di costruire e costruirsi una nozione di essere umano, di società, di natura che renda la vita degna di essere vissuta. Onde perseguire i suoi fini la ragione oggettiva ha bisogno della ragione strumentale, ma se questa si afferma, a partire dalla scuola e dal’università, come la fonte dominante di razionalità, il risultato è una vita intellettualmente e moralmente assai più povera di quanto non potrebbe essere.
Intervista a cura di Davide Borrelli
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