Civil Disobedience and Liberal Democracy: a threat or an opportunity?

Call for paper per un numero monografico della rivista “Partecipazione e Conflitto”.

Editors: Luca Alteri and Stefano Pratesi

I cambiamenti strutturali che si sono sviluppati dentro lo Stato-nazione quando è terminato il cosiddetto “compromesso di metà secolo” tra il capitalismo e lo Stato sociale (la creazione di una rete di protezione sociale in funzione dell’attenuazione del conflitto) hanno avuto conseguenze molto importanti anche sul piano della partecipazione politica, sia convenzionale, sia non-convenzionale. In contemporanea, la minore incidenza di quelle che venivano definite “grandi narrazioni” ha mutato l’identità politica degli attori sociali e politici, insieme alle loro modalità di intervento nei processi decisionali.

Le istituzioni politiche classiche (cioè i partiti e i sindacati) perdono quella “fiducia aprioristica” di cui godevano presso l’elettorato di riferimento (prima della caduta del Muro di Berlino) e devono nuovamente e quotidianamente costruire consenso e legittimità intorno a sé. Le culture politiche progressiste e conservatrici non riescono più a produrre quelle innumerevoli micro sfere pubbliche con le quali, in passato, si erano strutturate sul territorio (le sezioni di partito, i circoli culturali, le associazioni religiose).

Oggi gli spazi per l’incontro si fanno più stretti, si restringono, diventano “virtuali” e soffrono di una evidente individualizzazione (si pensi allo strumento del blog, con il quale un singolo oppure un piccolo collettivo esprime le proprie opinioni, lasciando a chi legge solo lo spazio per un eventuale commento).

Allo stesso tempo, anche la struttura delle opportunità politiche muta le sue caratteristiche, offrendo ai sindacati, alle associazioni di categoria e alle organizzazioni della società civile la possibilità di interagire con la classe politica, in modalità totalmente imprevedibili, fino a poco tempo fa, in un’epoca pre-governance.

In un contesto del genere cambia profondamente la relazione tra l’individuo e le sue pratiche politiche: molte ricerche empiriche registrano una crescente disaffezione, che riduce la partecipazione a un impegno intermittente o limitato a poche issue di interesse del soggetto. D’altro canto, si registrano improvvise esplosioni di impegno civico e politico in pratiche inusuali, estemporanee e qualche volta “spontanee”.

É in questo quadro di riferimento che si parla sempre più spesso, non sempre a proposito, di “disobbedienza civile”. L’azione politica, realizzata da un singolo o da un gruppo, che contrasta pubblicamente quelle norme ritenute ingiuste, con il chiaro obiettivo di focalizzare l’attenzione sulla mancanza di equità della legge, della sanzione o dell’intero contesto culturale che ha prodotto la norma presenta molti illustri precedenti storici alle sue spalle: è noto, ad esempio, che l’ampliamento dei diritti civili in favore della popolazione di colore e di altri gruppi etnici avvenuto negli Stati Uniti degli anni Sessanta è stato ottenuto attraverso pratiche di disobbedienza civile di massa, le stesse che hanno caratterizzato il processo di decolonizzazione afro-asiatica (con il caso emblematico dell’India di Gandhi) e, per riferirci agli avvenimenti italiani, le famose battaglie civili degli anni Settanta (il diritto all’aborto, l’opposizione al servizio militare obbligatorio, la depenalizzazione delle droghe leggere).

Negli ultimi tempi, conseguentemente ai cambiamenti descritti sopra, la disobbedienza civile assume nuovi e interessanti significati: non è solo un’azione contestataria o una strategia di lotta politica, ma un’effettiva corrente teorica che si inserisce completamente nelle più recenti riflessioni della teoria democratica.

Come si colloca, dunque, la disobbedienza civile all’interno della democrazia liberale?

Rappresenta una linea correttiva o un vero sconvolgimento politico?

Costituisce uno spazio di libertà riconosciuto dalla democrazia o l’evidenza dei limiti di quest’ultima, soprattutto quando emerge il conflitto sociale?

Chi intende la disobbedienza civile come legata agli esempi storici di Martin Luther King o di Gandhi non ne comprende la piena attualità. Dal lato opposto, chi tenta di analizzare le pratiche di protesta che oggi si sviluppano al di fuori dei partiti e dei sindacati non può prescindere da una riflessione su questa tematica: i comitati locali che protestano contro l’apertura di una discarica, la popolazione carceraria che chiede migliori condizioni di vita nelle prigioni, le nuove generazioni “indignate” che occupano le piazze delle città contro il ceto politico sono rappresentabili in continuità pratica e teorica con le forme di lotta politica che avevano l’obiettivo principale di evidenziare l’ingiustizia di una norma o della sanzione conseguente alla sua violazione.

Questa call invita all’elaborazione teorica intorno alla tematica della disobbedienza civile, così come all’analisi di casi concreti e di esperienze di lotta non violenta, anche nella sfera pubblica online.

Note tecniche e tempistica

  • I paper saranno sottoposti alla valutazione di referee anonimi
  • Consegna del paper: 31 dicembre 2012
  • Invio agli autori del parere dei referee: 28 febbraio 2013
  • Reinvio del paper da parte degli autori con eventuali modifiche: 31 marzo 2013
  • Consegna dei paper alla redazione: 15 aprile 2013
  • Lunghezza dei paper: 50.000 battute, spazi inclusi

Norme redazionali della rivista Partecipazione e conflitto http://www.francoangeli.it/riviste/NR/Paco-norme.pdf

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