Pubblichiamo volentieri un appello ai sociologi del prof. emerito  Vincenzo Cesareo, ribadendo la disponibilità di tutto il Direttivo dell’AIS al dialogo e al confronto sui temi da lui sollevati.

Care colleghe e cari colleghi,

questa mia è un’iniziativa del tutto personale di cui mi assumo quindi interamente e unicamente la responsabilità.

Sento il dovere di rivolgervi un appello per farvi partecipi di una crescente preoccupazione che riguarda la nostra comunità scientifica.

  1. L’esperienza di quanto è avvenuto in altri settori disciplinari, peraltro molto più forti del nostro e con un numero elevato di afferenti, dimostra chiaramente che nei casi di scissione i danni (e i conflitti) sono stati superiori rispetto ai vantaggi. Credo sia opportuno tenere conto di questo dato di fatto.
  2. Procedere sulla strada della frammentazione nell’ambito della nostra disciplina produrrà senza dubbio un suo pericoloso indebolimento e i suoi singoli frammenti saranno ancora più soggetti a ricatto di gruppi disciplinari più potenti, nei confronti dei quali si istaurerà presumibilmente un rapporto di subordinazione.
  3. Sarebbe particolarmente grave che proprio le sociologhe e i sociologi – che analizzano con rigore scientifico e denunciano gli effetti perversi prodotti dai processi di frammentazione in atto nelle società contemporanee – diventassero essi stessi promotori di una frammentazione all’interno della loro comunità scientifica. Sarebbe un “predicare bene e razzolare male!” Le spinte verso la frammentazione sono peraltro diffuse in tutta Europa e anche nel nostro Paese, con prospettive preoccupanti e con effetti perversi, quali ad esempio le chiusure neo-corporativiste e neo-nazionalistiche, la costruzione di barriere e l’innalzamento di vecchi e nuovi confini.
  4. È pur vero che si riscontra un diffuso malessere tra le sociologhe e i sociologi che avanzano critiche anche nei confronti della nostra Associazione nazionale, individuata a volte e addirittura come capro espiatorio dei nostri problemi e comunque non in grado di affrontarli in modo adeguato. Riprenderò questa delicata questione in seguito (cfr. punti 6 e 7), ma in un tempo in cui il sistema universitario è decisamente in difficoltà e la presenza della nostra disciplina è oggettivamente debole (basti pensare alle drammatiche conseguenze legate all’opacità dei processi di valutazione e alle posizioni autolesioniste spesso assunte da noi stessi in questi processi) ritengo pericoloso, dannoso, velleitario assecondare questa deriva verso la frammentazione. Non metto in dubbio la buona fede di molti di coloro che cercano altre soluzioni aggregative per il rilancio della nostra disciplina sebbene, in quanto sociologi, sappiamo che all’elaborazione di queste “alternative” concorrono molteplici elementi e orientamenti, più o meno utili e più o meno nobili. È comunque indubbio che se gruppi di sociologi prendono una propria strada creando nuove “associazioni” che pretendono di essere istituzionalmente “rappresentative”, necessariamente la comunità sociologica rischia la dispersione, pregiudicando quel lungo, faticoso e utile percorso, peraltro non ancora del tutto completato, in cui si è riusciti a costituire un’associazione unitaria, legittimata a rappresentare l’intera comunità sociologica.
  5. La frammentazione ha gravissime conseguenze, anche e soprattutto per le nuove generazioni di sociologhe e di sociologi. Chi mi conosce sa quanto, e da quanto tempo, sono impegnato a sostenerle; la mia esperienza segnala che per esse è utilissimo disporre di una casa comune, in cui ritrovarsi, conoscersi, confrontarsi, crescere assieme. C’è ragione di ritenere che, se si dovesse procedere sulla strada della frammentazione, sarebbe elevato il rischio di una più o meno esplicita spinta alla segregazione, alla costruzione di muri e di confini da parte di queste nuove realtà. Tutto ciò potrebbe forse interessare persone avanti nella carriera o che occupano le posizioni apicali nel sistema accademico, mentre sarebbe decisamente negativo per le giovani generazioni che hanno bisogno di sentirsi parte di una comunità allargata, rappresentativa della nostra disciplina nelle sedi istituzionali anche internazionali.
  6. La necessità di disporre di una unica realtà associativa per l’intera comunità sociologica e di contrastare quindi il grave rischio di frammentazione, non deve indurre a sminuire o addirittura a ignorare il disagio che si riscontra, anche tra chi è decisamente convinto dell’opportunità di disporre di un unico organismo rappresentativo. Sarebbe pertanto un errore gravissimo sottovalutare il diffuso e crescente malessere, mentre è urgente e necessario coglierne le cause con la massima disponibilità all’ascolto e al confronto. A tale scopo auspico che l’AIS se ne faccia decisamente carico e apra un dialogo sereno e costruttivo con tutti coloro che hanno assunto posizioni critiche nei suoi confronti, per cercare di superare questi problemi promuovendo il più ampio e franco dibattito sulle stesse finalità dell’AIS, sulla sua struttura e sulle sue funzioni, al fine di non perdere questo dono prezioso – faticosamente conseguito, da consolidare e migliorare – dell’unità nella comunità sociologica. Un forte e convinto impegno in questa direzione consentirebbe all’AIS di dimostrare la propria autorità e di consolidare la propria legittimazione. Di qui l’invito a tutti coloro a cui sta a cuore il futuro della sociologia nel nostro paese, e in particolare delle nuove generazioni di sociologhe e di sociologi, affinché con buona volontà e spirito costruttivo si impegnino nella ricerca di soluzioni efficaci e adeguate per rappresentare al meglio e con autorevolezza, nelle diverse sedi istituzionali e scientifiche nonché nella società civile, la nostra disciplina quale contributo essenziale per leggere e interpretare la realtà sociale.
  7. A questo appello all’unità unisco anche l’invito ad alimentare il pluralismo che va assicurato sia all’interno dell’AIS sia in iniziative che nascono al di fuori dell’AIS e che però si riconoscono in essa sotto il profilo della rappresentanza. Il pluralismo è, come noto, un valore essenziale anche in ambio scientifico e si declina in pluralismo epistemologico, teorico, metodologico e nei molteplici ambiti di approfondimento disciplinare. Esso va quindi sostenuto e promosso anche per contrastare l’eventuale dominanza di un approccio o addirittura il diffondersi di un “pensiero unico” che porterebbe all’asfissia. Rimettiamo pertanto tutto in discussione, eventualmente anche attraverso assemblee generali per discutere il nostro patto sociale avviato a Viareggio nel 1983, ma condividendo la necessità di coniugare l’unità della comunità con la pluralità nella comunità, ancora una volta pensando in primo luogo al sostegno dei giovani. Sono consapevole che si tratta di una grande sfida, innanzitutto per l’AIS ma anche per altre realtà che tendono a sostituirsi ad essa, ma sono convinto, di qui il mio appello alle sociologhe e ai sociologi di buona volontà, che sia una sfida che occorre affrontare per il bene della sociologia italiana. In questa prospettiva, ben vengano strutture, centri, associazioni, società scientifiche, nate all’insegna del pluralismo che costituisce un’esigenza fondamentale da coltivare, promuovere, nonché alimentare costantemente tramite confronti, purché tutte queste non operino all’insegna della frammentazione ma si riconoscano in una rappresentanza unitaria. Per quanto riguarda la mia personale esperienza, ho partecipato e partecipo a un gruppo che sta svolgendo un proprio percorso di approfondimento scientifico, ponendo al centro dell’attenzione la persona, ma sempre e comunque nell’ottica del pluralismo e mai mettendo in discussione il ruolo strategico della nostra associazione nazionale, identificata quale nostra casa comune di appartenenza e di riferimento. Si tratta più precisamente di conciliare l’unità con la pluralità, adottando una logica dell’et et e non dell’aut aut.

Grazie per l’attenzione e ciascuno si prenda in coscienza le proprie responsabilità,

Vincenzo Cesareo