Di Carlo Donolo, che lo scorso 6 aprile è mancato al mondo scientifico e all’affetto delle sue figlie, e di Marcella nostra collega anch’essa, è difficile misurare il lascito intellettuale, alla sociologia italiana e non solo. Per la sua ampiezza e profondità, ma soprattutto perché esso sfugge alle compartimentazioni disciplinari pur mantenendo una coerenza di fondo.

Bisogna ricordare che Donolo ha contribuito grandemente alla conoscenza della, e al confronto con la Scuola di Francoforte, tra cui con la sua traduzione italiana di Dialettica negativa di T.W. Adorno: indicando con ciò un riferimento imprescindibile per la riflessione epistemologica e di metodo.

Bisogna ricordare l’impulso dato da Donolo allo sviluppo in Italia degli studi sui fenomeni politici, dalla fine degli anni ’60 in poi. Da “La politica ridefinita”, che metteva in prospettiva alcuni tratti emergenti dei movimenti sociali, fino a Il governo debole (con Franco Fichera) che delineava in anticipo le forme della governance; e passando per il sistematico confronto con la letteratura di ricerca soprattutto anglosassone sulle politiche pubbliche, da cui Donolo ha sviluppato un approccio analitico – altro dall’impronta normativa della scienza politica – alla policy analysis, aprendo il campo dell’azione pubblica all’analisi sociologica. Un patrimonio, questo, che Donolo ha poi fatto convergere nello studio della città e del suo governo (la città come la “Babilonia” di aristotelica memoria, come Donolo stesso amava ricordare) che lo ha visto impegnato in confronti e collaborazioni anche con la pianificazione urbanistica.

Ma c’è poi tutto il poderoso lavoro di scavo ed elaborazione concettuale sulla dimensione istituzionale della vita sociale. Prima sui processi istituenti, con Le vie dell’innovazione (di nuovo con Franco Fichera) un altro testo fortemente anticipatorio: che per il rigore dell’impianto concettuale e analitico costituisce tutt’ora un riferimento imprescindibile per la ricerca sul tema dell’innovazione, oggi di moda. Poi sull’istituito, con L’intelligenza delle istituzioni, un’enciclopedia del sapere sulle condizioni della riflessività sociale. Un lavoro impegnativo (e sì, anche ostico); che fornisce anche una prima tematizzazione in Italia, e su fondamenta rigorose, della questione dei beni comuni (commons).

E ancora, l’orientamento di Carlo Donolo “verso sud”, l’insistenza con cui ha invitato a studiare il Meridione e le ragioni e i modi per farlo; un’insistenza che si è fatta nel tempo sempre più preoccupata. E, intrecciati a questo, i suoi studi sullo sviluppo – e sullo scarto tra crescita e sviluppo; le questioni ambientali verso cui si è sporto in anni più recenti; le sue collaborazioni di ricerca con il mondo sindacale sulle metamorfosi dello statuto del lavoro…

Dovremo ritornare su questo patrimonio, che ancora richiede di essere valorizzato e riconosciuto per ciò che ha da insegnarci, come sociologi. Ma l’insegnamento più importante da ricordare in questo momento, che Carlo Donolo con la sua intera attività scientifica ci consegna, si pone sul piano del metodo, o piuttosto della postura: la consapevolezza e la responsabilità, ancora illuministica, di un ruolo pubblico, che impegna ad accrescere – citando Donolo stesso, che qui evocava John Dewey – l’intelligenza collettiva.

 

Ota de Leonardis