In questi giorni mi sono trovata “border line” nel limen dell’assurdo.
Premetto che sono una ricercatrice ritenuta inidonea ad abilitarsi per la classe SPS07 dell’ultima tornata concorsuale. Lo premetto perché, in opposizione alla bocciatura, l ‘Agenzia Nazionale per la Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca mi sollecita in questi giorni ad offrire “in base a criteri legati al merito scientifico e all’esperienza di valutazione ( …) la disponibilità a valutare un insieme di prodotti”.

Orbene, essendo anche una di coloro che ha rifiutato di sottoporsi alla VQR, mi sono trovava nella condizione sui generis, ma sicuramente comune a molti colleghi, di essere una potenziale valutatrice che si rifiuta di offrirsi a quella stessa valutazione.

Tutto questo mi ha lasciato “sospesa”, nella vertigine di una scelta che aveva ed ha l’eco di un “et-et” controfattuale piuttosto che quello di un “aut-aut” politically correct. Cosa fare dunque: districare il “qui pro quo” e scrivere all’Anvur declinando il “gentile invito a valutare”- come per altro suggerito da Roars – o valutare io stessa e, accettando il paradosso, non esimermi da questo ufficio.

Ho scelto di valutare non facendomi valutare, convinta che entrare nel processo “top down” potesse sostenere una causa: la causa di chi, dal sud, sa bene che tanti prodotti di area umanistica sono pubblicati in collane e case editrici periferiche o, con un eufemismo, di nicchia, sconosciute ai più; che per un collega, come la scrivente, di serie B, pubblicare un articolo in una rivista di classe A è un traguardo asprissimo; che la nostra gara è una prova di “diversamente abili” fra tanti “apparentemente abili” che godono delle protesi, degli allenamenti e dello staff di super attrezzate palestre, mentre da noi “piove dai tetti”. …e che una “diversamente abile” potesse tentare di mettere a frutto un maggior senso di equità valutativa.