Mi sia consentito di “postare” un intervento personale su un tema scottante. Un problema sociologico che si manifesta con una incontrollabile regolarità.

Andrea Villa

Sulla rappresentazione del razzismo

È sempre utile stabilire connessioni logiche tra fatti. Soprattutto, quando la fenomenologia in esame risulta regolarmente sottoposta ad una sorta di rimozione collettiva. Parliamo, in quel caso, della diffusa, sovente promossa, intolleranza nei confronti del diverso. Una problematica che non può essere lasciata al governo delle semplicistiche rappresentazioni.

La cornice di senso

Certo, non possiamo disquisire ora delle eterogenee espressioni che il razzismo ha assunto e continua ad assumere nella società contemporanea. Specifico poi che non è mia intenzione lanciare il «guanto della sfida», segnalando quanto poco, o tanto, si sia fatto con i provvedimenti emanati dalla politica nazionale e locale. E nemmeno possiamo far precedere, nella trattazione, il tema sempre rilevante (ma, imponente) dell’oblio, rispetto ai drammi – ai «mostri» – che il «sonno della ragione» ha generato nella storia occidentale.

Mi sforzerò allora di mostrare, attraverso alcuni eventi tratti dalla cronaca italiana, la drammatica diffusione di una violenza latente – potenzialmente esplosiva – che ha come bersaglio principale il migrante. Questa operazione produce due effetti: da un lato, evita la riduzione di questi fatti a casi isolati, patologicamente contingenti; dall’altro, evidenzia la restituzione, all’opinione pubblica, dello spessore reale che assume la violenza interetnica.

In un Paese con una storia recente di accoglienza dello straniero – che vive una profonda crisi – questi temi non possono essere trascurati. Perché, tra l’altro, sappiamo che la rappresentazione dello straniero, nei circuiti dell’informazione «di massa», non ha affatto agevolato la valorizzazione della convivenza civile, complicando la sfida dell’integrazione sociale.

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