La scomparsa della Sociologia ...
La scomparsa della sociologia dalla scienza ufficiale italiana: suicidio od omicidio?
La sociologia italiana rischia la scomparsa dal sistema istituzionale della ricerca nel nostro paese. Nel CNR il Comitato per le scienze sociali è stato sostituito da un Dipartimento sull’Identità italiana, affidato a un associato di storia che insegna nell’Università dei Legionari di Cristo ed è Presidente dell’Associazione Lepanto, in cui il nome di Sociologia è stato interamente eliminato. Più di recente, la sociologia non solo è scomparsa come materia dal Piano Nazionale delle Ricerche, ma in quel documento, in modo alquanto irrituale, si fa seguire un severo giudizio sui sociologi politici. Cosa sta accadendo?
Chi, come quelli della mia generazione che non avesse seguito gli sviluppi degli ultimi anni potrebbero non essere sorpresi di accorgersi, come novello Rip Van Winkle, che dal punto di vista del riconoscimento nelle massime istituzioni di ricerca, CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche e MIUR, Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, la situazione della sociologia è comparabile a quella dell’anno in cui mi sono laureato, 1960; e cioè zero. Non parlo ovviamente di singoli sociologi, non sempre tra i più preclari, infilati qui e là in qualche piega dei vari istituti, ma di una unità disciplinare riconosciuta che permetta lo sviluppo della disciplina. Nella ricerca scientifica contemporanea il riconoscimento istituzionale è fondamentale, senza questo riconoscimento una disciplina è enormemente indebolita. Diversamente da Rip van Winkle, che almeno si è svegliato, i sociologi italiani hanno continuato a dormire (e di nuovo non parlo dei singoli, ma delle loro rappresentanze) mentre venivano allegramente espulsi dai pian alti delle istituzioni di ricerca scientifica.
Nelle riunioni del ’68 in Francia si diceva, “Il est passé Lapassade et il à menée la pagaille”., e chi si ricorda l’ebulliente etnometodologo sa cosa significa. Della sociologia ufficiale italiana si può dire che forse dopo l’esclusione è passata nei palazzi del CNR e tutto è rimasto come prima. Non solo non si è sentito neppure un eco di pagaille, ma non si è neppure percepito lo spostamento d’aria dei passi. In retrospettiva devo ammettere che nell’inerzia colpevole ci sono anche io, perché avrei dovuto menare molta più pagaille di quello che ho fatto, ma con il ministero Moratti tutti i miei legami con il mondo della research policy romano sono stati rotti e contemporaneamente io ero molto impegnato sia sul piano europeo sia nella costruzione di una nuova università. La megalomania dei desideri deve pur sempre fare il conto con l’esiguità delle risorse. Ma al di là delle singole responsabilità o eventuali collusioni, è la sociologia nella sua posizione istituzionale a essere colpita: questo è il risultato e quando ci sono questi risultati la responsabilità non è individuale, ma istituzionale.
Ma i sociologi devono riflettere: A sulla accademia, B sulla ricerca e C, sulla loro immagine e reputazione nella società, ma soprattutto chi rappresenta i sociologi ai vari livelli deve convincersi che nel mondo del sapere non ci sono posizioni acquisite. Come scrive Appiah “Disciplines are shaped by what Kant often called the conflict of the faculties - the struggle among the different traditions associated with different departments” (2008, p.6).
Il problema è che molti sociologi quando diventano noti si dimenticano di esserlo e anzi forse tendono anche a nasconderlo : un po’ come Marcello Mastroianni in un film di cui ho dimenticato il titolo, che si vergognava della madre campagnola. Così la sociologia dimentica dei padri viene anche dimenticata dai figli di successo. Brutto affare: chi cade nella filosofo pausa che a una certa età coglie gli accademici non più interessati a fare ricerca, chi fa l’organizzatore culturale e magari scrive romanzi, chi entra nel novero degli opinionisti al servizio del “parlamento mediatico”, rivendendo come prima scelta gli scampoli della produzione. Ciascuno a modo loro lo fanno Alberoni, De Masi, Fabris, Mannheimr, Ricolfi, e altri (“Facce da spot” diceva un bellissimo manifesto che raffigurava un paio dei sopracitati): tutte persone intelligenti e preparate, per carità, nessuno lo nega, ma non molto interessate a fregiarsi della sociologia o a migliorarne la teoria e la metodologia e neppure a rafforzarne il radicamento istituzionale. Eppure il successo che anche i peggiori sottoprodotti della ricerca incontrano sul piano mediatico dovrebbe dare a pensare: anche in questo campo vale la legge di Gresham, e non basta preoccuparsi di fare buone ricerche occorre anche evitare che ci siano praticoni che vendono prodotti contraffatti. A vedere la fuffa che gli enti pubblici e privati comperano con moneta sonante come ricerca sociale si resta allibiti. Ma se i sociologi professionisti non spiegano a questi stolti che mangiano cibo avariato, chi glielo dice? E questo della critica è un lavoro tedioso e a volte antipatico, ma come diceva il grande filosofo nel mondo della conoscenza se non scavi un po’ di fossa agli altri finisci che nella fossa ci cadi tu. E purtroppo la sociologia per dabbenaggine e pigrizia cade in molte fosse che gli altri non si peritano di scavare con buona lena. resta il fatto che anche in sociologia tutti vogliono suonare il piano, ma pochi sono disposti a fare gli esercizi.
Le carenze metodologiche e teoriche nella ricerca sociale sono uno dei punti di maggiore sofferenza della sociologia italiana. Purtroppo siamo in buona compagnia perché circa 15 anni fa la Deutsche ForschungsGemeinschaft (DFG) German Research Foundation, patrocinò con la European Science Foundation (ESF) un rapporto sui punti di forza e di debolezza della scienza europea. Max Kaase e io stendemmo la parte relativa alle scienze sociali segnalando la debolezza metodologica della ricerca sociologica europea. Fummo crocifissi perché ci si disse che offrivamo armi agli avversari, ma naturalmente non è con ragionamenti di basso conio che si risolvono i problemi. Più di recente ho presieduto il Panel di selezione dei primi progetti per giovani SH2 dell’ERC (tra parentesi erano domande semplici, bastava proporre una buona idea in quattro pagine: italiani zero- via- zero, solo uno è riuscito a superare il barrage dei reviewers, ma anche quella domanda era in basso nella lista degli ammessi e si è fermata subito. Una volta si diceva che bastava che i giovani poveri fossero intelligenti per riuscire, qui non ci provano neppure) e sono arrivato a conclusioni non molto incoraggianti. Il problema non è la conoscenza tecnica dei metodi, e anche la capacità di buttare lì un disegno di ricerca tecnicamente plausibile. Tutti (a quel livello, naturalmente, non a quello italiano) sono capaci di prefigurare un questionario un campione e a citare qualche sofisticato modello statistico. Pochi sanno dire se si debba fare un questionario e perché, e cosa ci si aspetti dalla raccolta dati in relazione alle ipotesi presentate. Questa capacità di disegnare una ricerca è carente nella sociologia europea che è largamente basata sulla cultura liceale di tipo storico-letterario che premia il discorso, a danno della cultura sperimentale che dovrebbe premiare invece la spiegazione.
Purtroppo la situazione italiana è anche peggiore e di parecchie tacche: Renato Treves raccomandava sempre ai suoi allievi, futuri sociologi del diritto (e non), di non fare della cattiva filosofia, ma di fare della buona ricerca, non ha avuto molto seguito, nemmeno nel settore che Treves ha fondato. Io ho partecipato a molti dottorati di sociologia e ne ho anche coordinato vari e avendo esaminato certamente nel corso degli anni ben più di un centinaio di studenti avanzati, posso dire che quelli che sapevano condurre una ricerca metodologicamente rigorosa non arrivano alle dita di una mano. Oserei dire che nessuno o quasi dei laureati magistrali in sociologia in Italia sa impostare e condurre autonomamente una ricerca metodologicamente corretta, lo si vede dalle domande di ammissione ai dottorati, ma ancor prima quando vengono a chiederti la tesi. Eppure i docenti di metodologia e soprattutto di sociologia generale sono veramente tanti e queste nozioni tutti gli studenti di sociologia dovrebbero apprenderle nei primissimi anni, prima di ogni altra cosa. Senza un profondo cambiamento di abitudini e uno sforzo collettivo serio non si riusciranno a produrre sociologi con quella solida preparazione teorica e metodologica che sola può servire da fondamenta (institutiones) a una seria disciplina scientifica. Non è questione di tempo: queste conoscenze, compresi solidi corsi teorici e di storia della sociologia di un Merton o di marxismo di un Daniel Bell alla Columbia University nel 1962 si insegnavano in un anno. E’ vero che il tempo non doveva essere condiviso con insegnamenti inevitabilmente liceali di Diritto pubblico, privato storia contemporanea eccetera. E dico inevitabilmente liceali perché in una laurea in sociologia, per bravo che sia, il professore di diritto pubblico, poniamo, sa benissimo che lo studente che ha davanti non diventerà mai giudice costituzionale e che lui (il professore) è lì perché al centro del sistema ci sono accordi corporativi molto potenti di imposizione di forza lavoro che mrrttono lì un docente di diritto perché occorrono cattedre per quella materia e perché in Italia non ci sono abbastanza giuristi, ma quei pochi che ci sono vanno sfamati. Ma anche con queste limitazioni sono sempre stupito che in tre anni (lasciamo perdere i 5) non si possa arrivare a dare una solida preparazione teorico-metodologica agli studenti di sociologia. Il tempo c’è, le risorse ci sono perché i corsi sono tanti: i docenti di metodologia si sono interrogati? Non sarebbe ora il caso di guardare con più attenzione a cosa si trova nella dizione “Sociologia generale” in una disciplina che se ha dato molto alla sociografia e anche alla comprensione della società italiana è debolissima sul piano della elaborazione teorica e alla conoscenza e comprensione delle altre società o del mondo in generale
Un segno catastrofico, a mio avviso, della carenza metodologica è la disputa tra quantitativi e qualitativi che ha afflitto la sociologia in generale, ma che in Italia, con la nostra propensione familistica a trasformare ogni questione in fazione, ha raggiunto punte quasi ridicole come se si potesse fare con un questionario una ricerca tra i lavoratori immigrati di Rosarno o i casalesi, oppure con fare solo con interviste in profondità la stima del voto di dopodomani mattina. Interrogato in proposito da uno dei dottorandi in sociologia di UNIMIB, Alain Touraine mostrava una certa sorpresa per una contrapposizione così netta e spiegava appunto che dipendeva dal problema. Ma la disputa si è estesa diffondendo topoi o luoghi comuni che prima o oi spuntano sulla bocca di tutti, come “oltre un certo limite le differenze quantitative diventano qualitative”. Che vuol mai dire? A quale punto? Ma le differenze sono sempre qualitative, anche se rappresentate da numeri. Due chili di carne sono diversi da un chilo, punto. Come minimo ci vuole un pacchetto più grande e se sono 20/30 chili mi ci vuole un piccolo trolley, ma la differenza riguarda me non la carne.
Detto tutto questo, che peraltro nelle famiglie bene dei sociologi non si è mai cessato di dibattere, resta il fatto che anche la sociologia italiana, “l’inferma scienza” di cui parlava spregiativamente Croce, appellativo ripreso in un libro di Laura Balbo, ha fornito alla cultura italiana molto materiale di cui poi in molti si sono appropriati senza riconoscerne la paternità. Purtroppo la sociologia per la sua generalità e per il fatto che si occupa di questioni di interesse comune non ha modo di controllare i propri prodotti intellettuali, lo sforzo fatto in passato per elaborare un linguaggio sociologico tecnico non è stato molto efficace e ha solo prodotto oltre che buoni concetti, sovente travisati, anche ridicoli neologismi. Uno dei maggiori contributi della sociologia nel campo del welfare in tutte le sue forme dalla scuola al carcere è quello degli effetti del contesto sociale sul comportamento individuale. E’ stato un contributo di portata enorme, ma facilmente travisato nella pratica e nella popolarizzazione come elemento eticamente giustificativo piuttosto che, come dovrebbe essere, come fattore esplicativo in modelli che devono sempre essere multifattoriali. E’ stata proprio la sociologia, a partire dagli studi fondativi sul suicidio a fare la distinzione tra motivazioni individuali che sono sempre riconducibili a una decisione e quindi a responsabilità e cause sociali o probabilità di gruppo. Il fatto strutturale e ineliminabile che i suicidi sono più numerosi tra gli uomini che tra le donne è una cosa: La decisione di suicidarsi o meno da parte di ogni singolo individuo è un’altra la sociologia può “spiegare” la prima, ma non entra nella seconda che appartiene alla sfera della libertà individuale e quindi dell’etica Dire che una certa persona ha una data probabilità di suicidarsi perché possiede determinate caratteristiche è più che uno svarione della ignoranza popolare, è un grave errore, che purtroppo viene ripetuto mille volte. La probabilità non è mai individuale. Puntare sul rosso o sul nero alla lunga sortirà inevitabilmente un 50% di neri o di rossi, ma dire che per la prossima puntata tu hai il 50% di probabilità (o qualsiasi altra probabilità nel caso per esempio dei numeri in ritardo al lotto) di vincere sul nero è una scemenza che, come ben sanno i giocatori di mestiere, è costata la perdita di immense fortune. La prossima puntata è solo 1 o 0: esce o non esce, non ci sono probabilità. Se qualcuno ammazza una persona ha commesso un omicidio, punto. La legge di un paese civile prevede che il giudice valuti tutte le circostanze compresa eventualmente la appartenenza a una popolazione con alto tasso di criminalità e che la pena tenga conto di tutto ciò. Ma l’omicidio è omicidio, non è mezzo omicidio, poniamo perché commesso da una persona svantaggiata. Purtroppo nella pratica questa distinzione non si fa e i praticoni tendono a dare spiegazioni diciamo “comprensive” usando argomentazioni falso-sociologiche che sono esattamente il contrario di quel che la teoria sociologica dice.
Ma se abbiamo visto le correnti suicidogene che non da ora investono la “inferma scienza” dobbiamo però da buoni coroner esaminare anche l’ipotesi omicida. vediamo prima brevemente cosa è successo. Nel 2003 il CNR con il Ministro Moratti e la presidenza di Adriano de Maio attua una riforma peraltro avvitata da Berlinguer. Il Ministro nomina il prof. Roberto De Mattei storico poco noto se non per le sue piazzate omofobiche in occasione del Gay Pride (ma poi perché questi passatisti si interessano così tanto dei gays?) . Naturalmente la nomina andava contro le specifiche richieste della legge sui requisiti per dirigere un Dipartimento del CNR: questi fanno le leggi e poi se le mettono sotto i piedi. Vi furono proteste tra cui la documentata interrogazione di Walter Tocci nella seduta del 15 luglio 2003 pp.9873 e sgg degli Atti Parlamentari della xiv legislatura allegato B ai resoconti che porta anche i nomi degli storici che allora protestarono: I sociologi, zitti, dubito che qualcuno ne fosse al corrente. Ma appena il Dipartimento passò nelle mani di uno storico lla sociologia fece la sua scomparsa. Io trovo scandalosa la eliminazione totale della Sociologia dall’arco delle discipline scientifiche riconosciute al CNR e nel PNR, e non solo perché offende personalmente, chi come me ha dedicato buona parte della vita alla istituzionalizzazione delle scienze sociali in Europa (con non indifferenti successi e buoni riconoscimenti), ma anche perché è un grave errore strategico in un momento in cui l’opacità ideologica più greve sta calando sulla società italiana. Quanto poi all’identità italiana credo che sia abbastanza chiaro cosa ne penso: in generale quando gli ignoranti si appropriano di concetti della teoria sociale per usarli a fini ideologici il risultato è modesto, per essere gentili. Concordo con Pizzorno quando afferma che identità è un termine “del quale è meglio, quando possibile, tenersi lontano”…”parola… diventata luogo di rifugio per idee incerte e per pensieri pensati solo a meta” (Il velo della diversità, p.18). Io personalmente direi molto più grossolanamente che ognuno ha l’identità che si merita, ma comunque che l’identità è un concetto relazionale. Quando sento parlare dell’identità italiana (e quindi anche mia) da alcuni personaggi intellettualmente più grossolani di Borghezio,mi viene in mente la vecchia e molto politically (un)correct barzelletta della Guerra Fredda sull’agente della CIA che dopo lunghi anni di preparazione per darsi una raffinata identità russa, viene paracadutato in Unione Sovietica, durante la Guerra fredda. Chiede una vodka e gli rispondono in inglese: “come l’avete capito?” si sorprende lui. “Beh, sa, da queste parti di neri se ne vedono pochi”. Se l’identità italiana la fanno i Bertolaso, i Brunetta, i Gasparri ,i Cuffaro e i De Mattei, per fare alcuni esempi soltanto, non c’è da stupirsi se poi la nostra reputazione è quella che è. Mettersi a rimestare sull’identità italiana in un momento in cui come forse mai la nostra società e la nostra economia hanno bisogno di capire cosa sta succedendo intorno mi sembra stolto prima ancora che criminale e mi auguro davvero che quel programma venga cambiato. Del resto se qualcuno staccasse un po’ l’occhio dal proprio bamborino per guardare non poi tanto lontano, ma alla Francia, vedrebbe il fiasco colossale realizzato da Sarkozy con la ridicola campagna sull’identità nazionale francese, che peraltro poggiava su radici storiche un pochino più solide della battaglia di Lepanto ( Vedi l’esilarante reportage di Alain de Benoist “Francia, sotto la bandiera niente”, Il Giornale del 16 Febbraio 2010, e non sto citando Marco Travaglio). Con questi esempi sottocchio la nostra scienza ufficiale ha deciso di affidare tutta la scienza sociale al tema dell’Identità italiana a un signore che dell’Italia ha questa concezione: “L'identità italiana non è solo genericamente cattolica, ma si definisce in funzione del Papato. La vocazione dell'Italia non è solo ospitare il Papato, ma servirlo, permettere al Papato di svolgere il suo ruolo universale. L'Italia è se stessa quando serve la Chiesa, l'Italia rinnega la propria vocazione, tradisce la propria identità, quando rifiuta la Chiesa. Alla universalità si oppone in questo caso il particolarismo, destinato ad avere il suo esito nella guerra civile, malattia plurisecolare dell'Italia. Non a caso Massimo Viglione definisce il Risorgimento come "una rivoluzione contro la millenaria identità degli italiani che ha provocato e tutt'oggi provoca un permanente stato latente di guerra civile". (Roberto De Mattei, Vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, all'agenzia "Zenit" (5 settembre 2006). Vale la pena di leggere tutta l’intervista.
Ma, direte voi, queste sono opinioni. Esatto, sono opinioni che non mi tratterrò dall’esprimere nelle sedi appropriate. Tra l’altro devo dire ai lettori di Reset che hanno sempre dimostrato una acuta sensibilità per questi problemi, che l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana ha molto generosamente deciso di ospitare un dibattito su questi temi nella sezione “Percorsi” del suo portale, dove chiunque lo voglia può intervenire. Il vero problema oggettivo però è il danno che il CNR ha fatto alle scienze sociali italiane emarginandole dal più importante strumento d osservazione comparato della storia europea di queste discipline. Buttati fuori dalla delinquenziale ignoranza di chi aveva la responsabilità, dopo che l’Ateneo di UNIMIB e gli studiosi incaricati del team nazionale avevamo messo di loro centinaia di milioni per le prime due ondate di rilevazione, ma il danno è fatto anche agli altri paesi europei: mutatis mutandis sarebbe come se nella LSF dell’ESO, il team incaricato di condurre le osservazioni su Marte o Plutone, a un certo punto scomparisse e con esso l’oggetto di studio. Queste sono vicende scandalose che avvengono sotto gli occhi di tutto il mondo scientifico europeo, ovviamente rafforzando l’immagine che scientificamente parlando l’identità italiana sia quella di un popolo di omphaloskeptic nicompoops.
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