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Giovedì 29 Luglio 2010


Il mestiere più bello del mondo. Un ricordo di Peppino Abbatecola

Il 18 marzo scorso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano Bicocca ha ricordato il prof. Giuseppe Abbatecola recentemente scomparso, organizzando un seminario su “Vecchie e nuove dipendenze”, uno dei temi ai quali il nostro collega aveva lavorato molto intensamente negli ultimi anni unendo, come era nel suo modo di fare sociologia, rigore scientifico e tensione morale. Abbatecola aveva iniziato la sua carriera nei primi anni settanta collaborando al vasto progetto coordinato da Alessandro Pizzorno su “Lotte operaie e sindacato” , che ha  poi dato luogo ad una serie di pubblicazioni che sono ormai un classico della sociologia italiana. A metà degli anni settanta ha incominciato ad occuparsi dei temi della salute e della malattia ed è stato il primo di titolare di un insegnamento di “Sociologia della salute e della medicina” nell’università italiana. Sempre attento alla formazione degli operatori dei servizi, è stato per molti anni direttore della scuola a fini speciali per assistenti sociali dell’Università di Milano e poi del Diploma Universitario in Servizio sociale. Ha diretto numerose ricerche sul consumo di sostanze psicotrope ed ha coordinato l’Osservatorio sulle tossicodipendenze. La scomparsa di Peppino Abbatecola per me personalmente è stata anche la perdita di un amico fraterno oltre che di un collega fortemente impegnato nella didattica, nella ricerca e nel sociale. Mi piace ricordarlo con le parole che sua figlia Emanuela, ricercatrice di Sociologia all’Università di Genova, ha voluto scrivere a commento del seminario di Milano.

 Antonio de Lillo

 

 

 

Un seminario in ricordo di papà ... ricordo che alla notizia, giuntami pochi giorni dopo la sua morte, ho provato sentimenti contrastanti: da un lato, il piacere che Antonio ed altri colleghi sentissero il desiderio di ricordarlo, dall’altro un profondo senso di angoscia legato al fatto che non ero certa di riuscire ad affrontare una situazione istituzionale nella quale si parlasse di Lui. Chi mi conosce sa che il sentimento che mi ha legato e mi lega a mio padre è stato ed è vero, profondo, fortissimo. La sua perdita è dolorosissima, a tratti insopportabile.. troppo presto quindi per poterlo ricordare con dolcezza senza farsi sopraffare dal dolore. Paura di non farcela, ma impossibile non esserci. Una strana sensazione di “né lì, né altrove”.

Poi il giorno tanto temuto è arrivato. Una prima sensazione positiva è stata sentire il calore degli amici di sempre di papà (Diana Mauri, Gigi Melocchi e Giuliana Carabelli), che hanno fatto fronte attorno a me come per proteggermi dal dolore. E poi il seminario, che è partito con un (inevitabile) tono istituzionale per poi trasformarsi lentamente in qualcosa di più caldo. Dopo le relazioni ufficiali (peraltro belle e intense), una dopo l’altra le testimonianze di chi ha avuto modo di condividere con lui pezzi significativi di un percorso: Pia May, Carla Facchini, Bianca Beccalli, Ota De Leonardis, Giuseppe Micheli, Carmen Leccardi. Non mi aspettavo tutto questo, non mi aspettavo una partecipazione così sentita e calda, e ho ritrovato qualcosa di papà in ciascuno dei tanti “Peppini” (per usare l’espressione di Bianca) emersi dai ricordi. Tutto molto bello. A lui sarebbe piaciuto e mi piace pensare che il risultato finale sia anche il frutto del suo modo di essere e di intrattenere rapporti.

Anch’io avrei avuto molte cose da dire sul “Peppino sociologo”, ma anche questa sarebbe stata una prova troppo difficile. Come tenere sotto controllo l’emotività in un contesto istituzionale (per quanto informale) quale quello di un seminario accademico? E poi, io sono sì figlia, ma anche collega, faccio parte di questo mondo. E allora, quale scena? Quale ruolo? Quali codici comunicativi? Troppo in questo momento per me così delicato.

Ma ho promesso a chi c’era che avrei detto la mia e lo farò. Lo devo in primo luogo a papà, ma sento di doverlo anche a chi ha trasformato un pomeriggio così difficile in un momento al quale ripensare con dolcezza.

Lo ricorderò privilegiando il ruolo della figlia, dimenticando per un momento le convenzioni accademiche. Il codice comunicativo sarà personale e informale, perché è così che a papà sarebbe piaciuto. E’ il codice che gli somiglia di più.

Quello di papà per la sociologia è stato, senza ombra di dubbio, un grande amore. La leggenda familiare narra di un giovanissimo padre di famiglia che improvvisamente lasciò un lavoro redditizio per buttarsi in un’avventura imprevedibile la cui unica certezza erano le entrate economiche contenute. Per usare una sua espressione, “si era innamorato della sociologia”. Così iniziò un viaggio entusiasmante in anni così meravigliosamente diversi da questi: il gruppo di Pizzorno, la psichiatria democratica di Basaglia, l’insegnamento a Urbino, l’approdo a Milano con la prima cattedra di sociologia della medicina in Italia, l’Osservatorio sulla tossicodipendenza, la direzione dell’allora scuola diretta a fini speciali in Servizio Sociale, l’Osservatorio sulle scuole in Servizio Sociale.

Così sono cresciuta con un padre entusiasta e appassionato che amava ripetere che il suo era “il mestiere più bello del mondo”. Come non farsi contagiare? Fu così che mio e suo malgrado decisi, con l’appoggio fermo di Antonio de Lillo, di tentare la strada del dottorato.

Mio malgrado. Da piccola avevo giurato a me stessa che mai avrei fatto il mestiere di mio padre. Semplicemente non capivo cosa facesse. Avrei desiderato un padre con un lavoro più decifrabile e chiaro, come quello dei papà delle mie compagne di scuola. E invece: lavorava spesso a casa dove si chiudeva per ore in sala (a volte con Bach o Keith Jarret di sottofondo), solo o in riunione con i colleghi/amici di allora e di sempre (Gigi Melocchi, Diana Mauri, Giuliana Carabelli, Franca Olivetti Manoukian e molti altri volti ormai sfumati), e poi le partenze, prima per Trento e poi per Urbino. Ma cos’era mai un sociologo? Papà e Gigi (Melocchi) mi prendevano in giro per questa mia difficoltà definitoria auto-definendosi “sorciologhi”. No, mai avrei fatto il lavoro di mio padre. Avrei scelto una professione più chiara, più normale, dai confini più netti.

Suo malgrado. Ricordo una litigata affettuosa ma decisa in cucina quando gli comunicai che la mia intenzione era quella di tentare la strada del dottorato. Tentò di dissuadermi dicendo che era un percorso difficile e incerto e che avrei dovuto optare per una scelta più solida, anche dal punto di vista economico (in questo era molto femminista). Io gli risposi (urlando), che avrebbe dovuto pensarci prima, che avrebbe dovuto socializzarmi a valori differenti e non crescermi ripetendomi che il suo era “il mestiere più bello del mondo”. Era troppo tardi.

Non so se abbia litigato anche con Antonio.

Papà amava la sociologia e amava moltissimo insegnare. Nutriva inoltre un rispetto profondo per gli studenti, sentimento non così scontato tra i docenti universitari. Insegnare era tutto, al punto che con mia madre brindavamo all’inizio dei corsi, certe del fatto che per tutto il semestre il suo umore sarebbe stato ottimo.

Poi, dieci anni fa, la nascita di Bicocca. Ricordo il suo entusiasmo (più volte richiamato nelle testimonianze di mercoledì), la possibilità di costruire insieme agli amici la prima facoltà di sociologia a Milano. E poi tutto era partito da lì, dai suoi studi (con Bianca Beccalli e Giuliana Carabelli) su quella che allora era un’area industriale.  “E’ un ciclo che si chiude”, diceva sorridendo. Credeva molto nei simboli ed era un sentimentale (sua grande forza e debolezza), ma oggi queste sue parole suonano tristemente profetiche.

 

Come spesso accade, anche gli amori più grandi possono incrinarsi. Qualcosa ad un certo punto si è spezzato, per ragioni che ha non più senso indagare, e lui ha gettato la spugna ritirandosi nel privato. A noi (famiglia) ha continuato a dare moltissimo, specie alle sue nipotine che amava incondizionatamente ricambiatissimo. Ma per certi versi non era più lui, era solo l’ombra sbiadita di quello che era stato. La fine di un grande amore comporta sempre una grande sofferenza e rimane il rimpianto di non essere stata capace di comprendere fino in fondo. Voglio però continuare a ricordarlo come il sociologo appassionato che amava ripetere che il suo era “il mestiere più bello del mondo”, ed è così che mi piacerebbe venisse ricordato da chi ha avuto modo di conoscerlo ed apprezzarlo.

 

A questo punto sento di voler ringraziare molte persone. Vorrei, tuttavia, sottolineare con forza che non si tratta di ringraziamenti di rito. In primo luogo Antonio de Lillo, il primo a parlarmi del progetto del seminario e al quale sono legata da un affetto “antico”, e con lui Mara Tognetti, Ota de Leonardis e Giorgio Grossi. Mi sento anche grata a Enzo Mingione, che ho sentito sinceramente vicino, e ai relatori “ufficiali”: Riccardo Gatti, al quale mio padre era legato da una profonda stima, e Nicoletta Maritan, che mi ricorda bambina e che mi ha piacevolmente sorpresa con il suo intervento attento e intenso. Grazie anche a Franca Olivetti Manoukian e a Nando Dalla Chiesa, che sarebbero certamente venuti se solo avessero potuto, e che sono comunque riusciti a trasmettermi, anche questa volta, la loro “presenza”.  Un grazie speciale agli amici che sono intervenuti e a quelli che hanno scelto di esserci a dispetto degli impegni  e degli scioperi; tra questi mi piace ricordare Bianca Beccalli, che per non mancare è arrivata in ritardo ad una presentazione da lei stessa organizzata. Grazie a Carmen Leccardi, con la quale qualche mese fa ho avuto una comunicazione vera in uno dei momenti più difficili. Infine, vorrei ringraziare le colleghe e i colleghi di Scienze Politiche e Bicocca che subito dopo la morte di papà, con mia grande sorpresa, hanno piacevolmente “intasato” la mia casella di posta con preziosissimi messaggi di affetto, piccoli gesti di grande importanza.

 

 


Emanuela Abbatecola

 

 


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