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Giovedì 29 Luglio 2010


Un’università da (ben) riformare ma non da buttar via - di Luciano Benadusi

Un’università da (ben) riformare ma non da buttar via
Di Luciano Benadusi
 
1. L’articolo di Alberto Zuliani (2009) presenta un quadro sistematico della situazione in cui versa l’università italiana, ne individua i problemi a suo parere più importanti e indica alcune soluzioni possibili. In larga parte condivido le sue analisi e proposte e ne trovo apprezzabile lo stile, che si distingue per rigore, equilibrio e pragmatismo, da molti degli attuali interventi sull’università non solo di politici e di giornalisti ma anche di studiosi che trovano larga audience sui media. Tali interventi hanno infatti spesso un’intonazione tendenziosa, scandalistica e catastrofista, e anche quando fanno uso di documentati argomenti empirici – mi riferisco in particolare ai giudizi espressi da alcuni autorevoli colleghi della Bocconi – rivelano un’evidente pregiudizio negativo, insieme con una più o meno dichiarata propensione ideologica di stampo neo-liberista ed elitista. Da questo che sta diventando un vero e proprio mainstream nell’ambito della formazione dell’opinione pubblica,l’università italiana viene dipinta come la sentina di ogni male: sperpererebbe finanziamenti accordatile con dovizia, selezionerebbe il personale su basi clientelari e familiste, ospiterebbe un gran numero di fannulloni e di mediocri e, anche per effetto di mal ponderate riforme (come il mai abbastanza vituperato 3 più 2), si troverebbe “in caduta libera” mostrando livelli di qualità decrescenti e decisamente inferiori a quelli degli altri paesi sviluppati. Messe così le cose, solo una shumpeteriana “distruzione creatrice” potrebbe permettere al paese di rivedere delle università degne di questo nome, e poco importa se queste fossero solo un pugno avendo tutt’intorno un panorama alquanto desolato di istituzioni low cost, dedite a impartire corsi di formazione post-secondaria senza alcun legame con la ricerca e con l’avanzata expertise professionale. A causa di una, a mio avviso, distorcente rappresentazione della realtà, rischiamo di assistere ad un nuovo caso di perversa “profezia che si autoadempie”. Un’istituzione, quale è la nostra università che, per riprendere le espressioni usate da un recente studio comparativo coordinato da Regini (2008), è sicuramente “malata” ma anche ingiustamente “denigrata”, può, per errore di diagnosi, venire sottoposta a misure punitive e a terapie incongrue, e conseguentemente sospinta davvero verso una irreversibile agonia.
Pur sapendo che vanno utilizzati con cautela perché talora possono essere fuorvianti, mi avvarrò nell’analisi, oltre che di dati nazionali come quelli passati in rassegna da Zuliani, di dati di tipo comparativo messi a disposizione dalle fonti statistiche internazionali e da indagini serie quali la ricerca appena citata. Il mio intento è di effettuare un’analisi che permetta di discernere le malattie reali da malattie solo supposte, anche se proclamate a gran voce da critici malevoli e superficiali.
 
2. Comincerò proprio dal problema del finanziamento. In un suo recente volume (2008) Perotti ha asserito che i valori della spesa per studente nell’istruzione terziaria calcolati dall’Ocse sarebbero nel caso dell’Italia fortemente sottostimati perché, come avverte una nota metodologica aggiunta alla tabella comparativa pubblicata su Education at a Glance (2008), tutti gli studenti, non diversamente da quanto si fa per la Germania e l’Austria ma a differenza di quanto si fa per gli altri paesi, sarebbero considerati “a tempo pieno equivalente”, la formula utilizzata per rendere più omogenei i confronti internazionali e per approssimarsi maggiormente all’offerta reale di servizi agli studenti. Mi rendo conto che ragionando attorno a “studenti teorici” le insidie sempre presenti nella comparazione internazionale, dovute alla carenza di informazioni omogenee su un numero ampio di paesi, aumentano sensibilmente. Questo indicatore va pertanto utilizzato con grande cautela e non può per certo costituire il fondamento su cui esprimere un giudizio generale sulla questione del finanziamento. E’ proprio ciò che fa invece Perotti che ridetermina la misura dell’indicatore sulla base dei dati sugli “studenti a tempo pieno equivalente regolari” forniti dal Mur giungendo a concludere che il valore indicato dall’Ocse andrebbe addirittura raddoppiato. Con uno sbalorditivo coup de theatre, l’Italia passerebbe così dalla fascia medio-bassa alla fascia alta delle classifiche internazionali ed europee; Insomma, al contrario di quanto si è fin qui ritenuto, l’università non risulterebbe affatto sottofinanziata e l’unico problema da affrontare sarebbe l’esistenza di troppi e inammissibili sprechi. Costruita e ben pubblicizzata questa nuova “evidenza empirica”, è stato poi facile legittimare la politica dei tagli al finanziamento statale alle università che, iniziata pe dal precedente governo, è stata proseguita, in modo più radicale, dall’attuale. Il punto è dunque importante e merita una discussione.
Il raddoppio della spesa italiana per studente rappresenta, a mio parere, una correzione ingiustificata in quanto la formula con cui l’Ocse calcola il numero degli “studenti a tempo pieno equivalente” tiene conto non solo del carico didattico effettivo richiesto dagli studenti in un dato anno – misurato dal numero degli esami sostenuti o dei crediti acquisiti – ma anche della durata effettiva dei suoi studi, cioè del periodo di tempo mediamente intercorrente fra il momento dell’immatricolazione a quello dell’uscita, avvenga essa per conseguimento del titolo o per abbandono. Nell’annesso cui rimanda la tabella l’Ocse precisa che per i tre paesi per i quali non si ricorre alla formula del “tempo pieno equivalente” l’ammontare della spesa per studente rimane pur sempre comparabile poiché la mancata considerazione del carico didattico effettivo, che induce una sottovalutazione della spesa pro capite, si compensa con la mancata considerazione della durata effettiva degli studi, che induce invece una sopravvalutazione. Ho cercato di sottoporre questa asserzione, che ha un indiscutibile fondamento logico ma rimane generica, ad una misurazione sia pure di necessità alquanto approssimativa, applicando la formula Ocse del “tempo pieno equivalente” ai dati pubblicati dal Mur e dal Cnvsu relativi alle due variabili in oggetto: il carico didattico effettivo e la durata effettiva degli studi. La conclusione cui sono pervenuto è che non parrebbe esservi una compensazione totale, come affermato dall’Ocse, bensì una solo parziale, per cui nel 2005, l’ultimo anno per il quale è effettuato il confronto, la spesa italiana per studente “a tempo pieno equivalente” dovrebbe essere stimata fra i 10.000 e gli 11.000 USR, un valore nettamente inferiore a quello calcolato da Perotti, sebbene superiore a quanto pubblicato in Education at a Glance. Si tratterebbe, comunque, di un ammontare che, per fare il confronto con i maggiori fra i paesi sviluppati, resterebbe decisamente al di sotto di quello degli Stati Uniti, del Giappone, del Regno Unito, della Germania nonché, sia pure in misura più lieve, della Francia, mentre risulterebbe pari o di poco più elevato di quello della Spagna. In Europa la media dei 19 sarebbe vicina al valore dell’Italia così ricalcolato, tuttavia ad attestarsi su valori inferiori rimarrebbero praticamente solo il Portogallo, la Grecia e le nazioni dell’Est.
Tuttavia, per le ragioni dette, la via meno fallace per comparare l’Italia ad altri paesi è guardare ad un altro meno problematico e più significativo indicatore, la quota del Pil spesa per l’istruzione terziaria. il quadro che ne risulta appare più chiaro e nello stesso tempo più drammatico. Sempre in base alle statistiche Ocse- ma quelle Eurostat nella sostanza ci danno la medesima indicazione -l’Italia con il suo 0,9% del 2005 (0,76% secondo Eurostat), si colloca al di sotto di tutti i 6 maggiori paesi sopra menzionati (Stati Uniti, 2,9; Giappone, 1,4; Regno Unito, 1,3; Germania, 1,1; Francia,1,3; Spagna 1,1), al di sotto della media dell’Ocse (1,5) e dell’Europa a 19 (1,3) e viene superata perfino da paesi come il Portogallo, la Grecia e da alcuni di quelli dell’Est.
Pertanto, se fosse accettabile, e non mi sembra che lo sia, il calcolo di Perotti ci si dovrebbe a maggior ragione domandare perché il nostro paese investe nel settore così poche risorse e non si preoccupi, ad esempio, di elevare il numero di studenti “a tempo pieno equivalente” portandolo a livelli più dignitosi a confronto degli altri paesi. Un obiettivo che in ogni caso andrebbe perseguito, a mio avviso, non tanto aumentando il flusso degli immatricolati, divenuto già molto consistente, quanto soprattutto finanziando politiche volte a contrastare il macroscopico fenomeno degli abbandoni e dei ritardi nel conseguimento dei titoli di studio. Di nuovo, i dati Ocse confermano che questa è una delle maggiori piaghe che affliggono il nostro sistema, con effetti perversi sia in termini di efficienza che di equità.
Le recenti normative fatte approvare dal governo (la legge n. 133/2008 e il D.L. 180/2008) con i tagli apportati al Ffo e le pesanti limitazioni introdotte per il turnover dei docenti universitari, avranno la conseguenza di peggiorare in misura consistente entrambi gli indicatori di finanziamento che abbiamo preso in esame e con ogni probabilità anche di squilibrare ulteriormente la posizione dell’Italia rispetto agli altri sistemi nazionali di istruzione terziaria, rendendo le nostre università ancora più deboli nella competizione con le università degli altri paesi europei e nel mercato globale. A proposito del turnover, il Cnvsu (2008) stima che nei prossimi 4 anni intervengano circa 10.000 cessazioni, che riguarderanno in gran parte i professori ordinari e per una parte minore, ma pur sempre rilevante, i professori associati. La previsione è prudenziale in quanto basata solo sul numero delle cessazioni per raggiunti limiti di età quando abitualmente quelle effettive ammontano a circa il doppio. A fronte di queste straordinariamente ingenti uscite – come minimo circa un sesto dell’attuale organico del personale docente e probabilmente più di un terzo dei professori di prima fascia - la nuova normativa consentirà un reclutamento (dall’esterno o per scorrimento di carriera) ridottissimo per le prime due fasce ed uno più corposo, e pur tuttavia anche esso ben al di sotto di quanto occorrerebbe ai fini del rimpiazzo, per i ricercatori. E’ vero che ne deriveranno alcuni effetti positivi come il ringiovanimento di un corpo docente troppo invecchiato, punto su cui i confronti internazionali giustificano pienamente le critiche rivolte al nostro sistema. E, In una certa misura, può essere considerato un effetto positivo anche la correzione della struttura per fasce così da farle assumere, grazie all’ampliamento della base (i ricercatori) ed al restringimento del vertice (i professori ordinari), una forma piramidale che oggi non ha. Sennonché la correzione mi sembra troppo drastica comportando due conseguenze negative: indebolire la qualità e la reputazione scientifica dei nostri atenei o almeno di alcuni o di alcune parti di essi, ristabilire una gerarchia accademica (intendo dire anche del potere accademico) molto forte con prevedibili ricadute anche sul controllo dei concorsi, per i quali oltretutto la nuova normativa, sul punto giustamente criticata da Zuliani, riserva la presenza nelle commissioni ai soli ordinari.
Si aggiunga, per completare lo scenario restrittivo in termini di risorse umane e finanziarie che si profila per i prossimi anni, la sicura contrazione del numero ( assai più elevato da noi che negli altri grandi paesi europei, eccetto la Germania, come mostra il già citato studio coordinato da Regini) dei professori a contratto, già oggi in atto, per motivi di sostenibilità economica e soprattutto per i requisiti di copertura degli insegnamenti mediante personale “strutturato” introdotti dal D.M. 270 e dai successivi decreti che hanno corretto gli ordinamenti e il sistema di regolazione della didattica previsti dalla riforma, cioè dal D.M. 509.
Concludendo sulla questione del finanziamento, non posso dunque non condividere le frustrazioni, gli allarmi e le proteste diffusesi così ampiamente tra docenti e studenti negli ultimi mesi e apprezzare l’invito autorevolmente rivolto dal Presidente della Repubblica al Governo di ritornare sulle decisioni prese e di rinunciare ai tagli “indiscriminati” disposti dalle recenti normative e dalla legge finanziaria. Si può capire che nella grave crisi che stiamo attraversando il Governo italiano non se la senta, per una serie di motivi più o meno condivisibili, di accrescere la spesa pubblica per le università, come sarebbe bene fare e come altre nazioni stanno facendo. Quel che non ci pare accettabile è che il già insufficiente ammontare del flusso dei finanziamenti venga drasticamente ridotto anziché piuttosto redistribuito in modo più razionale per rimediare alle più gravi carenze e premiare il merito dei singoli e delle istituzioni.
 
3. Le analisi fin qui svolte e i dati richiamati si riferiscono ai finanziamenti complessivi, pubblici o privati che siano. Guardando invece alla composizione interna si può constatare che dal 2001 al 2006 la quota di essi proveniente dal Mur è significativamente diminuita passando dal 72,9% al 64,7%, mentre è aumentata sia l’incidenza delle entrate contributive (le somme pagate dagli studenti e dalle loro famiglie) che, ancor più, quella delle entrate finalizzate provenienti da altri soggetti (istituzioni e imprese). Facendo uguale a 100 il loro ammontare nel 2001 le prime sono infatti arrivate a 145,0 e le seconde a 167,2, mentre nel contempo le entrate non finalizzate dal Mur – rappresentate dal Fondo di Finanziamento Ordinario (Ffo) - sono salite solo a 116,6. Anche in questo torna utile il confronto internazionale. Secondo l’Ocse (2008), la componente pubblica del finanziamento in Italia ha oramai – si tratta ancora una volta del 2005 - un peso inferiore a quelli medi dell’organizzazione e dell’Europa a 19, e fra i maggiori paesi sopra considerati solo negli Stati Uniti il peso risulta essere decisamente più basso (nel Regno Unito è all’incirca eguale, negli altri 4 è invece più o meno marcatamente superiore).
Non si può poi non condividere l’osservazione avanzata opportunamente dal Cnvsu (2008) che la crescita delle entrate finalizzate provenienti da altri soggetti se da un lato “rappresenta un segnale della capacità imprenditoriale delle nostre università”, dall’altro “ha degli ovvi effetti sull’incremento delle uscite, poiché le entrate finalizzate vengono in larga parte acquisite a fronte di specifiche attività di formazione e di ricerca <addizionali>, che solo in parte vengono fatte rientrare nell’impegno istituzionale del <personale strutturato>”. Per la medesima ragione non sembra che si possa dare per scontato, come fanno i sostenitori della trasformazione delle università pubbliche in fondazioni, che spingere verso un ancora più accentuato ricorso al mercato per il finanziamento dell’istruzione universitaria e della ricerca, inseguendo sotto tale profilo il modello americano, serva davvero ad alimentare l’attività istituzionale anziché missioni più specifiche, magari economicamente e socialmente utili se appunto “addizionali”, non così se diventassero di fatto “sostitutive”. D’altra parte, se la penuria delle risorse disponibili per il sostentamento delle università e lo svolgimento delle primarie funzioni di formazione “graduata” e di ricerca di base conducesse, come sta già verificandosi, ad innalzare a livelli sempre più insopportabili il prelievo sulle entrate finalizzate da parte di atenei e dipartimenti, il risultato sarebbe quello di una perdita di competitività rispetto ad altri soggetti (università private o straniere, enti pubblici e privati, imprese) e di un’uscita dal mercato.
Dal momento che ritengo essenziali le funzioni istituzionali ma anche utile la presenza sul mercato, che non va affatto demonizzata come alcuni fanno, la soluzione più adatta mi sembra non già la trasformazione delle università in fondazioni bensì la costituzione a fianco delle strutture universitarie pubbliche di fondazioni e società sotto il loro controllo per svolgere sul mercato, in condizioni competitive e senza paralizzanti lacci e lacciuoli, le funzioni che abbiamo chiamato “addizionali” (ricerca applicata, master e altri tipi di formazione professionale, consulenza, ecc.). E, nello stesso tempo, per trasferire una parte, determinata in misura ragionevole e non eccessiva, delle risorse guadagnate sul mercato alle università perché siano destinate all’adempimento dei compiti istituzionali.
 
4. Intendo ora spostare l’attenzione dall’entità dei finanziamenti e dalla loro composizione interna alla questione del loro uso efficiente entrando sia pure brevemente nell’acceso dibattito sugli sprechi. Non intendo affatto negare che nelle università italiane si verifichino forme di cattivo utilizzo delle risorse, chiamiamole pure sprechi, talora gravi ed inammissibili. Né intendo affatto negare la necessità di riforme, alcune delle quali sono indicate in modo persuasivo nell’articolo di Zuliani. Credo però che si debbano distinguere, cosa che nel mainstream degli attuali processi pubblici all’università si è soliti non fare, fra due tipi di sprechi ovvero tra sprechi e inefficienze. Il primo tipo di sprechi consiste di spese inutili e non necessarie che si dovrebbero semplicemente tagliare. Il secondo tipo, cioè le inefficienze, di spese necessarie e potenzialmente utili che vengono tuttavia gestite in modo inefficiente e in certi casi addirittura scorretto. Si sta facendo credere che gli sprechi universitari appartengano soprattutto al primo tipo, anche perché ciò torna comodo ai politici consentendo loro di legittimare i tagli al bilancio dello Stato. In realtà in grande prevalenza essi sono del secondo tipo e per affrontarli con strategie adeguate conviene anzitutto misurarne e apprezzarne in modo realistico le dimensioni e quindi comprenderne le cause, che sono a volte abbastanza complesse. Diamone un esempio a proposito di uno dei fenomeni più spesso biasimati: la moltiplicazione dei corsi di laurea. Come avverte Zuliani, un corretto raffronto va fatto fra entità omogenee, cioè tra gli attuali corsi triennali e a ciclo unico e i corsi di laurea preesistenti alla riforma. Essendo all’incirca del 26%, l’incremento non risulta così imponente come vogliono farlo apparire quanti dimenticano che con la riforma i livelli di laurea sono stati raddoppiati. Quanto alle cause del fenomeno, ve ne sono alcune deteriori o comunque discutibili: autoreferenzialità ed espansionismo da parte dei docenti, pressioni di politici locali a favore della disseminazione degli insediamenti universitari sul territorio, tentativi da parte di Atenei e Facoltà di attrarre maggiori quantità di studenti al fine di accrescere la propria presa sulle risorse trasferite dallo Stato, erroneamente distribuite in misura proporzionale al numero degli iscritti. Non sono stati assenti però altri motivi che del resto spiegano la presenza del fenomeno anche al di fuori dei nostri confini nazionali. In primo luogo, come abbiamo detto, il 3 più 2 che in certi paesi ha portato a raddoppiare i livelli di laurea. E poi, la tendenza incoraggiata a livello europeo ed internazionale, a immettere nell’istruzione universitaria più consistenti dosi di “vocazionalismo”, ovvero a valorizzarne il ruolo propulsivo rispetto allo sviluppo economico locale. Sta di fatto però che la differenziazione specialistica e la disseminazione territoriale dell’offerta formativa sono state in Italia eccessive, date le scarse risorse disponibili talora provocando scadimenti qualitativi intollerabili. E’ quindi del tutto giustificato l’indirizzo portato avanti dal ministero nel quadro dell’attuazione del D:M: 270, con i nuovi più vincolanti “requisiti funzionali”, che cerca di contrarre il numero dei corsi di laurea facendo chiudere quelli con pochi iscritti o con pochi docenti “strutturati”. Vi è solo da augurarsi che il controllo da parte del Cun sulle deliberazioni in materia adottate degli atenei sia sufficientemente severo così da evitare le elusioni della normativa, come ben sappiamo assai frequenti nel nostro paese.
Ciò detto, per dimostrare che di uno spreco da sanare si tratta, va però subito avvertito che scarse sono le risorse risparmiabili grazie alla policy degli accorpamenti: qualche aula e strumentazione didattica, alcuni professori a contratto per lo più pagati con cifre irrisorie, un poco di lavoro del personale amministrativo. Il grosso dei costi, che derivano dalle retribuzioni dei docenti di ruolo impiegati, rimarrà immutato, semplicemente si sposterà su altri corsi di laurea, e se tutto andrà bene ne migliorerà la qualità. Perché il miglioramento effettivamente avvenga si dovrà prestare sufficiente attenzione al rischio che l’operazione, mal gestita, produca effetti perversi, cioè nuovi sprechi/inefficienze, che potrebbero prendere la forma di sottoutilizzazione dei docenti riallocati o delle competenze da loro possedute. Si tratta, dunque, di uno spreco del secondo tipo, la cui eliminazione comporterà – se tutto andrà bene – una crescita di qualità, e solo in proporzioni assai ridotte una contrazione della spesa.
Molti altri esempi del genere si potrebbero addurre: dalla frammentazione dei moduli e degli esami – anche essa oramai preclusa dal D:M: 270 – alle distorsioni del sistema concorsuale e del reclutamento, che è forse l’inefficienza più grave e di più difficile superamento. A questo proposito, debbo dire che la mia indignazione per la campagna scandalistica in atto non è minore di quella di Zuliani. Si assumono come rappresentativi dell’intera università casi-limite relativi alle sedi ed alle aree disciplinari più esposte a fenomeni degenerativi. E si ignora che familismo e nepotismo, sono atteggiamenti radicati diffusamente nella società italiana e interessano in modo particolare talune professioni come quella medica, siano o non esercitate in ambito accademico. Il problema di una selezione concorsuale poco meritocratica tuttavia esiste e non mi sembra in grado di risolverlo la scelta ora adottata, il sorteggio dei membri delle commissioni: una strada, che può forse essere stato non irragionevole scegliere nell’attuale contingenza, ma che è stata già percorsa in passato e i cui esiti, come ricordano i più anziani di noi, si sono rivelati poco felici. Pur sapendo che nessuno può presumere di avere in materia la ricetta giusta, credo che una soluzione non congiunturale vada piuttosto cercata sulla linea su cui si erano orientati, sia pure in modo diverso, i due precedenti ministri, la Moratti e Mussi. Mi riferisco cioè ad una procedura selettiva a due stadi. Il primo si svolgerebbe a livello nazionale (vincolato ad una scadenza annuale per scongiurare i ritardi verificatisi in passato, quando vigevano appunto i concorsoni nazionali) con la funzione di designare rose di idonei sulla base di un rigoroso requisito scientifico di soglia. Il secondo si esplicherebbe invece a livello di ateneo, dove la chiamata di un idoneo o di un altro sarebbe libera ma soggetta indirettamente ad una valutazione esterna ex post dell’efficacia scientifica, didattica ed organizzativa, avente effetti premianti o sanzionatori sull’istituzione decidente.
 
5. In realtà ogni discorso generale sull’efficienza e sulla qualità del nostro sistema universitario appare inevitabilmente arbitrario in quanto esso presenta oggi un grado di eterogeneità, non solo tra diverse istituzioni e aree disciplinari ma anche all’interno di esse, che va al di là del limite pur esteso che è da considerarsi fisiologico in un regime di autonomia. Prendiamo ad esempio il tema dell’impegno dei docenti. Mancano dati che ci consentano, come in altri paesi, di determinare il numero dei docenti che sono di fatto, e non formalmente, “a tempo pieno equivalente”, rapportandolo al numero totale dei docenti in servizio. La mia impressione è che il tempo effettivo dedicato ai compiti istituzionali – di ricerca, di didattica ed organizzativi – sia andato negli anni  aumentando per effetto dell’ampliamento della cerchia dei docenti attivi, talora molto attivi fino a situazioni di vero e proprio stress. Contemporaneamente, persistono tuttavia cerchie che si allineano al minimo delle prestazioni prescritte dalla legge o addirittura si collocano al di sotto. Una parte importante e crescente del lavoro universitario è poi – non dimentichiamolo - eseguito da contrattisti, retribuiti in misura risibile o non retribuiti affatto, nonché da giovani volontari senza alcun rapporto contrattuale con l’organizzazione universitaria. Insomma, ad un estremo troviamo, come in tutte le amministrazioni pubbliche, i “fannulloni”, ad un altro gli iper-attivi o addirittura, e questo è davvero eccezionale, svariati volontari, . Nessun altra istituzione pubblica presenta situazioni così diversificate. Ciò accade non solo perché vi è un regime di autonomia – in tal caso sarebbe ancora normale – ma perché la governante universitaria si è inceppata, non funziona, non è in grado di temperare la tendenza, naturale nelle organizzazioni accademiche, all’individualismo atomistico ed all’anarchia.
Sarebbe troppo lungo affrontare qui questo problema e le alternative che si prospettano per la sua soluzione, salvo il dire che tutte passano per una revisione del modello organizzativo tradizionale, radicale per chi auspica l’avvento di un managerialismo all’americana, meno radicale per chi, a mio avviso più realisticamente, preferisce pensare a correzioni molto incisive però non tali da smantellare il modello di governance “democratico” delle università europee. Penso, ad esempio, ad una semplificazione della struttura organizzativa che (moltiplicando gli intrecci: tra Senati, Consigli di Amministrazione, coordinamenti di Presidi e di Direttori; tra Facoltà, Dipartimenti e Corsi di Laurea, ecc.) ha assunto la forma di una matrice troppo complessa, ad una sostanziale limitazione dell’assemblearismo, al rafforzamento delle leadership elettive e delle figure gestionali di tipo tecnico e amministrativo (anche con la diffusione di ruoli nuovi come il manager didattico). E soprattutto penso alla centralità della valutazione – interna ed esterna, di sistema e di ateneo o di facoltà – non solo per la trasparenza e per il controllo dei processi ma anche per l’irrogazione di sanzioni e l’elargizione di premi ed incentivi. Alcune delle misure introdotte di recente dal ministro Gelmini, come la valutazione periodica della produttività di tutti i docenti, si muovono nella direzione giusta. Per altri importanti aspetti, mi riferisco in particolare all’istituzione dell’agenzia indipendente per la valutazione, dopo qualche passo avanti nella precedente legislatura, si registra ora un inspiegabile ritardo.
 
6. Un’ultima questione che intendo affrontare, strettamente connessa al tema della valutazione, è quella della qualità o, per usare un termine che oggi tende a sostituirla nell’enfasi accordata da chi discute dell’università in Italia e a livello internazionale, dell’eccellenza (Bleiklie, 2008). La critica delle critiche indirizzata al nostro sistema universitario riguarda infatti proprio questo punto, considerato giustamente essenziale.
Ebbene, ancora una volta conviene evitare ingiustificati e fuorvianti catastrofismi per affrontare il problema nelle sue dimensioni e caratteristiche reali. Con tutti i loro limiti, derivanti spesso dalla insufficiente affidabilità ed omogeneità dei dati su cui sono costruiti nonché dalle differenze di metodologie e anche di sottese concezioni della qualità che conducono a risultati difformi (Fornari, 2009), i ranking internazionali, quando vengono interpretati con intelligenza e cautela, possono aiutare a farsi un’idea del livello qualitativo raggiunto da una singola istituzione o dall’intero sistema universitario di un paese. In Italia sono spesso letti a sproposito e utilizzati per dipingere una situazione di sconsolante arretratezza e degrado. In realtà il nostro sistema certamente non eccelle ma non figura nemmeno così male da giustificare il mainstream.catastrofista. Nella sua valutazione dei sistemi nazionali Il ranking Thes (Times Higher Education Supplement) colloca l’Italia al 12° posto nel mondo ed al 7° in Europa, preceduta da nazioni, come gli Stati Uniti, il Giappone, il Regno Unito, la Germania, la Francia ed altre, che spendono tutte una quota maggiore, a volte molto maggiore, del loro Pil in questo settore. Il piazzamento, pur non essendo certamente brillante, appare comunque migliore di quello ottenuto nelle classifiche sulla spesa.
Se poi andiamo a esaminare le quattro dimensioni su cui si articola la graduatoria ci accorgiamo che le nostre performance sono molto differenziate. Secondo il criterio dell’accessibilità (% degli studenti iscritti ad un’università italiana compresa fra le 500 migliori) figuriamo benissimo: siamo terzi nella nel mondo e primi in Europa. Ad influenzare negativamente il punteggio complessivo è il criterio dell’eccellenza (performance globale delle università di un paese che risultano meglio piazzate nella classifica riguardante i singoli atenei) dove ci collochiamo soltanto al 30° posto. Gli altri ranking maggiormente accreditati a livello internazionale confermano, anzi rafforzano, l’idea che la qualità media dei nostri atenei è buona: ne abbiamo più della Francia e della Spagna tra i primi 500 nella graduatoria di Shanghai, anche più del Regno Unito sempre tra i primi 500 in quella di Taiwan ed egualmente più della Spagna, della Francia e del Regno Unito tra i primi 250 in Europa secondo la classifica di Leiden.
Il problema va dunque circoscritto alla nostra presenza nella fascia non già delle buone bensì delle ottime università. Altri paesi europei, la Francia e la Germania, hanno avviato politiche ad hoc dirette ad accrescere la presenza di istituzioni nazionali fra le Top Universities destinandovi ingenti risorse (Regini, 2009). Con le nuove normative anche noi abbiamo finalmente iniziato a lanciare una politica dell’eccellenza riservando una quota del Ffo agli atenei valutati più “meritevoli”. Si tratta di una scelta che andrebbe però realizzata, come fanno diversi altri paesi, investendovi risorse addizionali adeguate e senza sacrificare l’attuale punto di forza del nostro sistema che è, come si è visto, la qualità (scientifica e didattica) media delle istituzioni universitarie. A meno di non volere optare per una prospettiva elitista, che rovesciando la situazione attuale e assumendo il modello dualistico delle Research Universities drasticamente separate dalle Education Universities, pur di risparmiare risorse si accontenti di veder sorgere qua o là qualche “cattedrale nel deserto”.

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