Laura Balbo e la Sezione AIS Vita Quotidiana

Il dibattito sociologico sulla vita quotidiana viene da lontano ed è sempre più ripensato con prospettive differenti. La scomparsa di Laura Balbo (Padova, 30 novembre 1933- Milano 14 aprile 2026) una delle fondatrici della nostra Sezione (Rampazi 2024) ci invita a riconsiderare il rapporto, dall’origine e nel tempo, tra le diverse componenti intellettuali di Vita Quotidiana, nelle loro differenze e nella sottolineatura comune dell’interpretazione sociologica intesa come scelta di politica culturale, critica verso il trascendentale storico della disciplina e verso i suoi imperativi dottrinali (Bourdieu 2023). La centralità odierna del costrutto vita quotidiana può venir riconsiderata alla luce delle intersezioni già proposte criticamente e in maniera esplicita da Laura con il concetto di doppia presenza (1978) e anche in diversi interventi sulla complessa società dei servizi, sul tema della cura e sul rapporto tra tempi sociali e tempo per sé.

Da diversi testi iniziali di Laura Balbo, in cui è centrale una metodologia conoscitiva che guarda al ricomporsi nel patchwork di aspetti delle culture materiali della vita quotidiana, osservate dal “basso” e dalle voci marginalizzate, si possono leggere le assonanze con alcune prospettive posteriori, quali quella dell’intersezionalità (Hill Colins 2019) e quella della riproduzione del complesso della vita sociale come aspetto necessario alla sopravvivenza del capitalismo, inteso come ordine sociale istituzionalizzato oggi in via di cannibalizzazione (Fraser 2022).

Non è un caso che l’insistenza di Laura per una sua “lettura parallela” di società complessa e identità (1983) fu proposta quasi orgogliosamente, ma con gentile ironia, al mainstreaming della sociologia italiana con una sottolineatura divergente delle ricerche sull’identità e del metodo della ricerca alla luce degli “studi delle donne” (come si chiamavano allora). Tuttavia, nello stesso periodo (1985), Laura Balbo rivolge analoga attenzione critica verso i rischi delle chiusure identitarie dei gruppi femministi, riconoscendosi esplicitamente nel campo delle svolte epistemologiche del femminismo. Alla nascita di AIS, la Sezione “Riproduzione sociale, vita quotidiana, soggetti collettivi” è stata l’unica a darsi un Manifesto programmatico senza un esclusivo, o chiaramente prevalente, riferimento di campo disciplinare, intrecciando perciò diverse sociologie. Si dovette fare una pressione, forte anche se discreta, per farla accettare dal Direttivo. Di questo fui testimone. È stata l’unica sezione a tenere assieme esplicitamente due attenzioni cruciali: ai processi economici e ai processi culturali. Questa era una novità importante nel contesto intellettuale e politico italiano di allora. I tre campi presenti nel nome della Sezione, con profili programmatici che rimasero fluidi per almeno dieci anni, servirono al superamento dei due paradigmi interpretativi allora dominanti e in conflitto tra loro. Uno di essi considerava la cultura come sovrastruttura non autonoma dalla “vera” struttura economica, l’altro poneva i “valori” come “vero” criterio di conoscenza. Laura ebbe un ruolo cruciale nella definizione dell’approccio della Sezione e nel considerare la vita quotidiana come postura epistemologica che ricomponeva le tre dimensioni. 

Con le sue riflessioni, discusse a suo tempo e ancora certamente da ridiscutere, Laura Balbo ha promosso sin dall’inizio un lavoro di quilting, a mio avviso già tessuto nel dibattito sulla doppia presenza. Infatti, nelle sue letture parallele iniziali e quasi inconsapevoli (in controluce già nella tesi di laurea e nei primi lavori sull’immigrazione meridionale a Milano) troviamo la rivendicazione ironica dei “crazy quilts” (1987) per poi giungere a una sintesi che resta aperta ed è assieme autobiografica e di teoria della conoscenza.

Un itinerario metodologico di sociologia della conoscenza viene proposto con la metafora del patchwork. Il quilting infine dà un prodotto finito che, sul piano materiale e culturale, offre gratuitamente una visione estetica, offrendo allo sguardo altrui l’ipotesi di una ricomposizione, faticosa nello scegliere i “pezzi” e nel disegnare cucendo, per un ordine sociale e morale-politico che intende combinare scelte individuali, alleanze di gruppo e ragioni collettive.

Ne emerge il lavoro della e nella vita quotidiana, come vita non scontata ma intenzionale, contrastante dai margini le forme di dominio con consapevole tranquillità:

«Io da anni, per descrivere le forme nuove del lavoro, gioco con le metafore del patchwork e dei quilts: in questi tessuti si cucivano insieme frammenti di stoffa di tutte le forme e colori, senza un disegno preciso, creando però elementi di ordine nel disegno, nella combinazione dei colori, nell’effetto d’insieme. Tra i vari frammenti contava però decidere quali scegliere, e come combinarli, continuare, a tratti magari smettere, e poi riprendere» (Balbo 2008).

Da Franca Bimbi, Padova 1Maggio 2026

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