di Francesco Giorgino (Luiss)  

Di fronte ad un’emergenza pandemica che presenta un elevato tasso di complessità e determina conseguenze riscontrabili contestualmente in molti ambiti (sanitari, sociali, psicologici, antropologici, demografici, tecnologici, politici, economici e culturali) sarebbe stato quasi naturale non considerare secondaria una disciplina come la sociologia. Disciplina che contiene nel suo statuto ontologico tracce evidenti di uno sguardo che sa essere lungo e largo. Lungo perché, pur studiando soprattutto il presente, la sociologia considera tale categoria diacronica non come fine a sé stessa ma come elemento di congiunzione tra il passato e il futuro, tempi con i quali prova a generare una sorta di equilibrio dinamico. Largo perché essa si fonda sulla capacità di contaminazione con altre scienze sociali come giustamente ha recentemente ricordato Cavalli, ma anche perché metodologicamente sa rendere “fenomenalizzabili” accadimenti che altri approcci scientifici considererebbero unici ed irripetibili e perché, a differenza della filosofia (dalla quale pur deriva), è avalutativa. Infine, perché osserva la realtà provando a valorizzarne il senso attraverso il nesso di causalità. 

C’è un gran bisogno di sociologia e di sociologie, ovvero di immaginazione sociologica (per dirla con Mills) e di analisi della comportamentalità umana a livello individuale e collettivo così come manifestabile nell’ampiezza della sfera pubblica e nella ristrettezza di quella privata, negli spazi di palcoscenico ed in quelli di retroscena, come amava definirli Goffman. L’approccio e la metodologia garantiscono l’esito di una ricerca e di un’osservazione che non perde mai di vista il quadro di riferimento, la cornice entro la quale si muovono i diversi attori sociali. L’alto tasso di specializzazione della sociologia, in grado di atterrare ormai anche su terreni quasi molecolari, assicura invece quello che nel linguaggio delle immagini definiremmo “primo piano”. Panoramiche e zoomate. Senso complessivo e dettaglio. Entrando nello specifico, provo ad elencare alcuni motivi per cui affidarsi al sapere sociologico con molta più determinazione e senza reticenze, specie da parte di chi vuole associare i processi decisionali della politica a valutazioni tecnico-scientifiche.  

Il primo motivo è di carattere generale ed è riscontrabile nella natura stessa delle società tardo-moderne. La complessità è uno dei segni di questa natura, atteso che, come sostiene Castells, siamo in presenza di una consistente e robusta interconnessione tra sistemi e sottosistemi sociali che restringono e al tempo stesso dilatano il punto di osservazione, invocando chiavi interpretative non solo multidisciplinari ma anche interdisciplinari. La complessità si accompagna oltretutto alla rapidità di trasformazioni che conferiscono alla processualità un primato netto rispetto alla  “condizione”. Il tutto è diverso dalle parti che lo compongono e il tutto si evolve senza soluzioni di continuità. Un esempio? L’analisi del trade off tra economia e salute che va affrontato, come sostiene Costabile, con molta più freddezza e avendo a cuore una prospettiva a medio e lungo termine. Schumpeter ha studiato l’innovazione sia come esito di processi di distruzione e creazione, sia come risultato di dinamiche di combinazione e trasformazione. Non c’è molta differenza tra questo approccio e quello che nella sociologia generale studia alternativamente la stabilità e il cambiamento, nel primo caso ricorrendo al paradigma dello struttural-funzionalismo, nel secondo sfruttando al massimo i postulati concettuali del conflitto e del darwinismo sociale. La stessa teoria organizzativa, come ricordato recentemente da Prencipe, considererebbe davanti agli effetti della pandemia da Covid-19 centrale soprattutto il tema dell’ambiguità. Categoria quest’ultima che produce errori: di metodo e di merito. Anche la sociologia parte dal riconoscimento della rilevanza di questa variabile, pur cimentandosi di continuo sul territorio impervio della disambiguazione. A questa disamina si associ la consapevolezza circa il fatto che le società contemporanee oltre ad essere complesse, in continua e rapida trasformazione, ambigue e presentiste, disintermediate o reintermediate, sono anche individualiste. Bauman e Beck hanno messo in evidenza la liquidità dei legami sociali, l’individualizzazione presente nel tessuto sociale, l’anoressia del senso comunitario come la definisce Morcellini, il confronto perenne ed inevitabile con il senso di insicurezza e con i rischi. Quei rischi che rendono l’essere umano ancor più fragile e ancor più solo. La sbornia di autodeterminazione, che ha spostato di parecchio in avanti il nostro rapporto con la libertà, è anzitutto una questione sociologica. Questione che ci induce a ritenere la libertà dagli altri più che quello da sé come un’opzione culturale (persino valoriale) e non certo come una costrizione necessaria almeno in questo frangente storico, come dimostrano i provvedimenti finalizzati all’isolamento e alla distanziazione sociale.  

Se questi sono alcuni dei motivi per poter considerare il valore aggiunto della sociologia, altri vanno ricordati per evidenziare la funzione epistemologica ed empirica delle singole e specifiche sociologie. Cominciamo con la sociologia del diritto che nella sua rilevanza presenta anche un’evidente implicazione etica. Nel mentre ci accingiamo a passare dalla Fase 1 (contenimento del contagio) alla Fase 2 (convivenza con il virus), si impone alla nostra attenzione la questione di come assicurare una condotta individuale che confermi la concezione weberiana dell’etica della responsabilità: farsi carico cioè delle conseguenze sugli altri dei propri comportamenti. Deridda diceva che la responsabilità si nutre della capacità (leggasi competenza e coraggio) di scegliere tra due alternative disponibili, parimenti valide ed utili. La domanda è: la condotta etica si sollecita solo con l’implementazione delle prescrizioni, peraltro non sempre chiare e concordanti, o facendo leva sul buon senso e il senso di responsabilità di tutti e di ciascuno e quindi con investimenti di  matrice culturale? Kant proponeva una distinzione che non ha perso né di attualità, né di efficacia. Ci invitava a distinguere tra l’eteronomia e l’autonomia. La sociologia del diritto incoraggia la seconda, pur partendo dall’analisi della prima, così come della nomodinamicità presente in molti ordinamenti giuridici, per citare la teoria di Kelsen. La partita si gioca intorno al destino della rule of law, come la definiscono i giuristi. Questo nostro tempo così sfidante e sfibrante ci pone, dunque, la questione del diritto e dei diritti, provando a ridimensionare il peso di questi ultimi a vantaggio di una cultura dei doveri per troppo tempo rimasta in stand by a causa delle molte pulsioni sviluppatesi in favore della de-socializzazione e del rafforzamento di antropologie materialistiche.

Dalla sociologia del diritto alla sociologia politica il passo è breve. Soltanto le scienze sociali possono risolvere la questione di come immaginare gli effetti di questa crisi sanitaria ed economica sui sistemi politici e sulla democrazia, a partire dal ruolo del pubblico e da quello dei privati e cioè persone fisiche e giuridiche. Bentham e Focault con il Panopticon hanno disegnato una strategia di stabilità sociale fondata sulla logica delle “istituzioni totali”, ma ce n’è anche un’altra da non dimenticare ed è quella delle “istituzioni diffuse”. Ha ragione Orsina quando ricorda che il coronavirus nel momento in cui ha fatto irruzione nelle nostre esistenze ha intaccato modelli democratici, forme di governo già in difficoltà, organismi politici debilitati e malati per diversi motivi. Si pensi alla crisi dello Stato nazione nel mondo globale. Crisi che ha sviluppato una pressione inedita nei confronti della rappresentatività, pilastro insieme con la governabilità per assicurare il buon funzionamento del meccanismo ruotante intorno al governo “del” popolo, “dal” popolo e “per” il popolo. Difficile dire che non sia anzitutto sociologico il tema del rapporto di causa ed effetto stabilitosi tra la crisi dello Stato nazione e l’ideologia della globalizzazione e di converso tra la crisi della globalizzazione (con tanto di consolidamento di istanze nazionalistiche e di confini) e il ripristino dell’attenzione nei confronti dello Stato nazione. Anche il nostro rapporto con l’Unione europea è argomento sociologico, se consideriamo che certamente deve esistere e resistere l’Europa delle istituzioni, ma prima ancora ci si deve poggiare sull’Europa dei cittadini.  

Dalla sociologia politica si approda agevolmente alla sociologia economica. Una transizione favorita dal fatto che sono due gli elementi maggiormente connotativi la democrazia: la libertà e l’uguaglianza. Quest’ultima è materia che va considerata soprattutto nella sua dimensione sostanziale, oltre che formale. Per farlo occorre considerare, tuttavia, la bidirezionalità del rapporto società-economia, nella chiave di quell’interconnessione sistemica alla quale si faceva riferimento in precedenza. Svedeberg sosteneva che tutte le economie sono “embedded” nelle relazioni sociali. Il novero di queste ultime è assai ampio e sollecita attenzione a problematiche profondamente legate al potenziamento di modelli di welfare ed alla governance e al government degli effetti della digital transformation. A causa di questa pandemia non solo aumenteranno le disuguaglianze sociali dovute all’emergenza economica e occupazionale, ma anche quelle causate dal cosiddetto digital divide. E qui la sociologia economica si interseca con la sociologia dei processi culturali e con la funzione deterministica della tecnologia, come profetizzato dalla Scuola di Toronto e da Innis in particolare. Bisognerà fare in modo che l’Italia sia uno dei primi Paesi a riprendere una normalità economica. Obiettivo che potrà essere perseguito solo se si darà un giusto (e diverso significato) alla “normalità relazionale”, alle forme di comunicazione interpersonale, all’acquisizione della conoscenza nell’era della platform society, al nostro rapporto con la tecnologia, al nostro essere elettori, persone più che individui, abitanti di borghi o città e al tempo stesso cittadini del mondo. La sociologia c’è o comunque è mimetizzata. È inutile far finta che non esista. E peccato che qualcuno non ne riconosca a sufficienza il ruolo. Specie in tempi di coronavirus.