di Antonietta Mazzette

Nell’arco di poche settimane l’emergenza sanitaria per la diffusione del virus SARS CoV-2 ha accentuato i fattori di crisi dei caratteri principali delle nostre città ‒ a partire dalla funzione centrale storicamente assunta dagli spazi collettivi, pubblici e privati ‒ e le fragilità sociali e organizzative dei sistemi urbani. Infatti, per contenere il rischio di contagio le misure più importanti prese dal governo hanno riguardato l’inibizione della fruizione di questi spazi e il distanziamento personale, ovvero l’annullamento di gran parte delle interazioni sociali in compresenza che avvengono in una città e che per la sociologia urbana assolvono a una funzione primaria nell’azione sociale. Già Louis Wirth nel suo Urbanism as a way of life (1938) li aveva considerati i contenitori entro i quali nascono e si alimentano idee, culture, pratiche e diversità, insomma, quel “mosaico di mondi sociali” che solo la città è in grado di produrre.

Nel passaggio dalla fase 1 alle fasi 2 e 3 le misure restrittive sono state attenuate, consentendo l’accesso a molti spazi ad uso collettivo e riducendo il distanziamento fisico; misure che sono state sostituite da generiche quanto frammentarie raccomandazioni: niente assembramenti, utilizzo dei dispositivi di sicurezza negli spazi chiusi e talvolta anche in quelli aperti, e così via. Ma la debolezza di queste raccomandazioni ‒ che ancora una volta ricadono interamente sulla responsabilità individuale ‒ va di pari passo con il fatto che le politiche locali e nazionali stiano dedicando poca attenzione alla riorganizzazione degli insediamenti urbani, vero e proprio substrato materiale del modello sociale che si è affermato dal secondo dopoguerra in poi, e non solo in Italia. Mentre, appare urgente “reinventare” e “riorganizzare” gli spazi urbani, anzitutto quelli ad uso collettivo, sia per garantire sicurezza ai cittadini nella fase di emergenza in corso, sia per essere pronti a far fronte a possibili altre emergenze che potrebbero presentarsi in futuro, perché sarebbe insostenibile socialmente ed economicamente che si rispondesse ancora una volta con la chiusura forzata delle persone e delle attività.

Ma la crisi in corso è anche un’occasione per ripensare la città, partendo dalle sue fragilità e contraddizioni in termini: abitativi, perché il lockdown ha aumentato le diseguaglianze tra coloro che dispongono di case confortevoli e quanti invece vivono in spazi angusti o sono senza fissa dimora; economici, perché la pandemia ha indebolito ancor di più le popolazioni che dagli spazi ad uso collettivo traggono sostentamento e lavoro (basti pensare agli street vendors), ma ha anche inciso negativamente sulle popolazioni cosiddette gentrificate che negli ultimi decenni sono diventate le protagoniste del mutamento urbano, modificando il senso stesso dei luoghi, dell’abitare e del consumo, e che della cultura hanno fatto un vero e proprio attrattore urbano; organizzativi, perché la riduzione di mobilità ha accentuato le diseguaglianze intraurbane tra quartieri dotati di servizi e quartieri periferici in senso sociale, più che territoriale.

All’interno di queste fragilità, vi sono popolazioni profondamente diverse tra loro per capacità economiche e culturali di accesso alle risorse urbane, ma tutte sono accomunate dal fatto che si tratta di soggetti sociali che possono trarre giovamento da interventi di rifunzionalizzazione e riqualificazione delle aree urbane, purché in un’ottica di contrasto alle disparità socio-territoriali e alle povertà.

All’indomani del lockdown, all’interno della sociologia urbana si sono avviate ricerche empiriche e riflessioni sui possibili scenari di cambiamento urbano e su quali debbano essere i progetti di città futura, sulle forme di adattamento o aggiramento rispetto alle difficoltà di frequentare i luoghi ad uso collettivo, sul ruolo delle tecnologie digitali, considerato che, rispetto al passato e ad altre quarantene, le società attuali possono mantenere attive le relazionalità, seppure a distanza. Una prima raccolta (in schede tematiche) di proposte di riorganizzazione delle città è contenuta nel Manifesto dell’Associazione Italiana di Sociologia – Sezione Territorio (a cura di G. Nuvolati e S. Spanu, Ledizioni, in corso di stampa).

Rinvio alla lettura di queste proposte, con la consapevolezza, però, che «reinventare la città dipende inevitabilmente dall’esercizio di un potere collettivo sui processi di urbanizzazione» perché, come ha scritto David Harvey nel suo volumetto Il capitalismo contro il diritto alla città (2012, p. 8), «la libertà di creare e di ricreare noi stessi e le nostre città è un diritto umano dei più preziosi, anche se il più trascurato». Harvey, richiamando il sociologo francese Henri Lefebvre, considera “il diritto alla città”, non un esercizio astrattamente inteso, bensì una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruite, agendo in modo diretto e radicale.

Fonte Treccani