Il 26 ottobre 2015, l’AIS ha pubblicato un documento contro il declino dell’Università, che sembra opportuno riprendere.
Il continuo slittamento dei termini per la presentazione dei prodotti della ricerca, ai fini della VQR e il rinvio, al momento sine die, della pubblicazione del bando per la seconda Abilitazione scientifica nazionale, sono indicatori di un malessere che sta travagliando la nostra Università, di cui –  sembra – il MIUR non abbia consapevolezza o non voglia prendere atto.

“Forte è la consapevolezza – come dicevano nel documento del 26 ottobre – che l’Università, e in particolare la ricerca in Italia, siano state messe in liquidazione e che il lento slittamento verso una situazione da terzo mondo sia già iniziato. Il futuro che ci aspetta, anche in caso di ripresa economica, è quello di un Paese con un capitale umano inadeguato, in cui la scolarizzazione, soprattutto quella superiore, è appannaggio di pochi e nel quale i livelli di esclusione sociale sono tanto elevati da compromettere la tenuta della democrazia.
La mobilitazione che in questo momento si sta diffondendo nei diversi Atenei testimonia lo sforzo di chi crede che il declino non sia e non debba essere un destino. É una mobilitazione che non chiede nulla più di quanto in questi anni è stato sottratto e di ciò che è stato oggetto di promesse mai mantenute: riconoscere e premiare il merito, tenuto conto delle reali condizioni in cui si svolge la ricerca. La valutazione deve essere uno strumento di crescita e di sviluppo dell’Università e della sua specifica mission – l’integrazione di ricerca e didattica – non uno strumento punitivo volto a una selezione darwiniana, che continuerebbe a impoverire l’intero Paese e ad aumentare i divari tra Nord e Sud”.

L’attuale mobilitazione contro la VQR, che non si può liquidare definendola ‘sgangherata’ (come qualcuno dell’ANVUR si è permesso di dire!), ma è una forma civilissima di disobbedienza civile, rappresenta il tentativo – non importa se di pochi, di tanti o di tutti – di portare alla luce, dare visibilità a lenti processi di impoverimento dell’Università italiana, che si è  vista tagliare finanziamenti, risorse e posti. E questo per un malinteso senso della competitività che dovrebbe, attraverso una pesante e opinabile selezione,‘garantire’ la qualità di pochi e selezionati atenei.
La selezione è opinabile perché affidata a strumenti di valutazione, sia bibliometrici che non, antiquati, di cui eminenti studiosi, anche stranieri (l’ANVUR ci tiene tanto all’internazionalizzazione, ma solo quando le conviene!), hanno mostrato limiti e ambiguità.
La selezione è pesante perché applica criteri di valutazione ‘cosiddetti’ oggettivi, che in realtà calzano solo per un modalità standard di fare ricerca e produrre conoscenza, che rende difficile ottemperare ad uno dei criteri tanto cari al nostro sistema di valutazione: innovatività e originalità.
La selezione, infine, è per tanti versi arbitraria, in quanto scarica sui valutatori la responsabilità di valutare l’impatto reale o “potenziale” di un prodotto della ricerca, pur sapendo che, nei settori non bibliometrici, in cui l’impatto si evidenzia ex post e spesso a distanza di anni, non risulta che siano disponibili ‘sfere di cristallo’ attraverso le quali leggere il futuro (neanche a breve termine).
La presa di posizione della CRUI, che ha chiesto l’apertura di tavoli tecnici con la Ministra è molto importante e significativa: conferma che sono giunti al pettine una serie di problemi, tra i quali c’è indubbiamente quello della VQR (ma non è il solo!), che stanno incidendo in maniera significativa sul  funzionamento degli Atenei, anche di quelli più virtuosi. Blocco del turn-over, riduzione regolare e progressiva del fondo di finanziamento, difficoltà a chiamare gli idoneati, tagli dei fondi alla ricerca, rispetto ai quali le risposte date sono a dir poco irrisorie e costituiscono per tanti aspetti uno schiaffo a chi dentro gli Atenei lavora. Come, ad esempio, la chiamata di cervelli in fuga, ovvero il piano di attivazione dei RTD di tipo B. Risposte che ignorano totalmente i problemi dei ricercatori che ogni giorno lavorano nei nostri Atenei, con poche o nulle prospettive e risorse.
La scesa in campo della CRUI ha avuto, tra l’altro, la funzione importante di far emergere, anche a livello di opinione pubblica, i seri problemi che tutte le Università stanno vivendo, rispetto ai quali – ribadiamo – le risposte sono state timide e mai centrate sui veri problemi.

Al di là dei limiti degli attuali processi di valutazione attivati dall’ANVUR, rispetto ai quali siamo spesso intervenuti come AIS, in un atteggiamento anche costruttivo, teso al miglioramento dei processi, come Comunità dei sociologi vorremmo – ci sia concesso di sognare – che la valutazione dei prodotti della ricerca (sulla cui importanza nessuno discute):

  • riguardasse la qualità intrinseca del prodotto, indipendentemente dal contenitore;
  • non fosse strumento di una sostanziale riduzione dei ‘punti’ di diffusione della conoscenza, legittimando posizioni di monopolio di riviste e case editrici, che finiranno per determinare chi e come è  abilitato a ‘parlare’;
  • non si trasformasse in un appiattimento delle ricche e molteplici  tradizioni di ricerca, che caratterizzano le scienze sociali e umane, privilegiando, ad es., le ricerche empiriche, i cui risultati sono per definizione provvisori (legati al tempo e allo spazio di riferimento), a meno che non si inseriscano in un più generale quadro teorico di riferimento che le legittima e le sostanzi; non si fa ricerca empirica senza una teoria di riferimento;
  • mettesse il luce lo stretto legame tra qualità e quantità dei prodotti, da un lato e risorse disponibili, dall’altro;
  • fosse occasione (ma questa è responsabilità nostra non dell’ANVUR) perché le diverse comunità scientifiche e le diverse anime che vivono all’interno della medesima comunità, in una relazione di reciproco riconoscimento, discutessero e individuassero quali siano i criteri di valutazione condivisi, rispetto ai quali valutare l’importanza e la portata conoscitiva di un prodotto.

Nella speranza che la situazione di stallo che stiamo vivendo, possa diventare occasione di un ripensamento generale su che cosa sta succedendo alla ricerca e alla didattica dentro le Università, e come le nostre vite di lavoro quotidiano stanno cambiando, impegnati più nell’assolvimento di procedure burocratiche che in un sereno lavoro di ricerca, ribadiamo  che la mobilitazione in atto contro la VQR rappresenta un’occasione da non perdere per invertire una linea di  declino in atto da anni.

Il Direttivo Ais