riceviamo e pubblichiamo

Gentile prof. Aldo Grasso,

sono un collega dell’Università di Messina. Le scrivo per dirmi davvero incredulo del suo articolo odierno, dal titolo “La cattedra universitaria del no global”.

Si tratta di un testo che mi lascia basito soprattutto perché scritto in qualche modo da dentro l’Università e, dunque, da un intellettuale che evidentemente non si avvede minimamente della gravità di quanto sta accadendo a Catanzaro.

Fosse pure Francesco Caruso il peggiore ricercatore della storia, non comprendo come si possa tollerare che a decidere della bontà del reclutamento universitario — sia pure a un livello “di soglia” come quello di una docenza a contratto — possa essere un sindacato di polizia. Non comprendo, cioè, come un docente universitario di vecchio corso com’è lei non veda l’enormità della questione, nei suoi termini simbolici, politici e di autonomia istituzionale.

Dal mio punto di vista la vera questione, da lei neanche minimamente sfiorata, è esattamente quella per cui organi esterni all’Università si permettano di stabilire chi è degno o meno di insegnare o avere accesso a un incarico.

Come fa a non avvedersi, in coscienza, che questo è esattamente una manifestazione di autoritarismo, tipico delle democrazie in crisi? Oppure che questo è una vicenda perfettamente in linea con quanto accaduto a Steven Salaita presso l’Università dell’Illinois o a una miriade di colleghi statunitensi finiti dentro la lista dei “più pericolosi accademici americani” (tutti colpevoli, naturalmente, di porre l’Università in relazione con le più stringenti questioni sociali di quel paese)? Come fa, inoltre, a non vedere che c’è un sottile nesso che unisce la mobilitazione del Coisp e quanto accade in paesi come Israele dove si chiede la chiusura di dipartimenti di scienze sociali colpevoli di produrre ricerche critiche verso il governo di quel Paese?

Alla luce di questa amnesia e della sua sottovalutazione di questioni come la libertà intellettuale, l’autonomia universitaria e la democrazia nel sistema della conoscenza, fa ancora più specie il suo incentrarsi su Francesco Caruso su un piano personale. Come accademico, lei sa benissimo che la posizione per cui ha concorso Francesco Caruso non era quello di direttore del CNR, né era tantomeno in ballo un posizionamento per il Premio Nobel. Sa, cioè, che il profilo di Francesco Caruso è certamente quello della maggiore parte dei professori a contratto di questo Paese.

Sa anche che si trattava di una procedura comparativa. Alla luce di questo, sempre da accademico, sa bene che se la Commissione per l’assegnazione dei contratti dell’Università “Magna Graecia” ha compiuto delle scorrettezze, esistono strumenti atti ad impugnare l’atto. Nessuno di questi strumenti sembra sia stato sinora attivato. Ragione per cui non sembrerebbe che vi siano ragioni di legittimità utili ad attaccare l’Università di Catanzaro per quanto accaduto. Anche questo, detto da accademico ad accademico, mostra la pretestuosità delle sue argomentazioni e il carattere ideologico del suo scritto.

Mi lasci concludere notando che dispiace molto vedere qualcuno che da una posizione di privilegio e di responsabilità pubblica come quello che le deriva dalla sua consolidata posizione dentro il principale quotidiano nazionale, non faccia niente per tutelare la democrazia e e l’autonomia intellettuale e si consegni armi e bagagli a chi attacca l’Università su basi unicamente ideologiche e, in ultima analisi, autoritarie.

Credo sia verosimile che, semmai fossimo chiamati a prestare nuovamente giuramento a un qualsivoglia governo autoritario, lei non sarebbe certamente ricordato tra coloro che si rifiutarono di firmare.

Cordiali saluti,

Pietro Saitta, Università di Messina