Questo lavoro di ricerca promosso da RILES (in collaborazione con la sezione AIS “Teorie e trasformazioni sociali”) cerca di sviluppare una riflessione sui concetti di critica sociale ed emancipazione a partire dalle condizioni attuali, nella consapevolezza che le dinamiche sociali in corso richiedono un ritorno consapevole e riflessivo alla nozione di critica e una rinnovata attenzione sulle condizioni che consentono di pensare il progetto di emancipazione collettiva. I processi di globalizzazione, infatti, da un lato rendono sempre più manifeste le tensioni create da un capitalismo sempre più aggressivo sul piano economico e omologante sul piano culturale; dall’altro, sembrano poter aprire spazi per una nuova capacità di liberare i potenziali di liberazione impliciti in una possibile universalizzazione dei diritti umani e dell’autorealizzazione degli individui.

Ma, al momento, è soprattutto sul primo aspetto che occorre soffermarsi. Le crisi economiche e finanziare internazionali hanno pesanti ripercussioni sociali: mettono a repentaglio le politiche di Welfare nei paesi più industrializzati – che vedono l’emergere di nuove e vecchie forme di povertà, di disoccupazione, di emarginazione sociale, ecc. –, e cercano, d’altro lato, di scaricare gli effetti più pesanti della crisi sui Paesi più poveri e in via di industrializzazione. Sul piano culturale, nonostante sia ormai evidente la difficoltà intrinseca di un modello di produzione incentrato sull’idea di uno sviluppo senza limiti che risponda a mere esigenze produttive e di profitto, il modello di una società dei consumi sembra essere senza alternative reali e, nonostante ciò, si impone come unico referente possibile e auspicabile. La stessa fuoriuscita dalla crisi viene così proposta solo nella prospettiva di una ripresa produttiva, dell’aumento del Pil, dei consumi, in una direzione che non può fare altro che riproporre le patologie da cui vorrebbe sfuggire.

In questa situazione, la riflessione sociologica – ma non solo – deve porsi la inevitabile questione di quali siano le condizioni, i temi, i soggetti capaci di rompere questa spirale perversa e riaprire il fronte di una critica sociale non ingenua, bensì lungimirante, democratica, efficace. A mero titolo introduttivo, si possono porre qui almeno tre questioni.

1. La modernità è l’unico luogo nella storia dell’umanità nel quale sia stato posto con forza il tema dell’emancipazione. La prospettiva illuminista di una liberazione dai falsi saperi può ancora dare i suoi frutti se, tenendo ferma l’idea di una possibile liberazione, si parte dalla consapevolezza degli errori commessi in questi primi due secoli moderni, e si considera “falso sapere” non solo il fanatismo religioso e l’irrazionalismo mitologico, ma anche – sulla scia indicata dalla Dialettica dell’Illuminismo di Horkheimer e Adorno – la presunzione della scienza di porsi come sapere assoluto e definitivo, presunzione che ha assunto nella prima modernità forme diverse e terribili, come le ideologie ssolutizzanti, il totalitarismo, l’assolutizzazione delle identità, ecc., sia sul piano concreto delle forme e delle esperienze sociali sia sul piano culturale e delle identità. Nonostante questi aspetti deleteri, e partendo proprio dalla necessità di evitare ogni assolutizzazione, rimane ancora aperto il compito di “una critica della ragione attraverso la ragione” e quello di “stabilire prospettive da cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe” (Adorno). Occorre quindi una ripresa critica della critica interna alla prospettiva moderna, che sappia andare oltre una possibile resa davanti ai drammi che la modernità stessa ha prodotto.

2. Il mantenimento – critico – delle prospettive di emancipazione presenti nel progetto moderno implica in prima battuta il superamento della retorica post-moderna. La fine delle grandi narrazioni è anch’essa una grande narrazione. E, in quanto tale, ha prodotto essa stessa una “ideologia”. L’idea di un individuo riflessivo, capace di reggere sulle proprie spalle il peso di scelte – e di contraddizioni – che il sistema sociale non sa più affrontare, può costituire la premessa per una nuova fuga dalla libertà. La deregolamentazione e la privatizzazione dei compiti e dei doveri propri della modernizzazione può costituire un onere eccessivo per la gran parte dei soggetti e un eccesso di individualizzazione può produrre il peggior conformismo. Anzi, se finisce con l’essere la base per nuovi modelli sociali e di consumo – per lo più irraggiungibili –, costituisce un nuovo modello di conformismo. Dobbiamo perciò essere consapevoli che queste forme di disintegrazione sociale producono un vuoto alle volte più pericoloso del pieno che lasciano alle loro spalle; che la società dell’effimero e della disgregazione, del momento e della contingenza, può essere la condizione e il risultato di una nuova forma di potere e di dominio. Nessun rimpianto per un pieno al quale non bisogna assolutamente tornare, ma, al tempo stesso, nessuna indulgenza per un vuoto che annichilisce le stesse capacità di resistenza.

3. Un elemento perciò fondamentale di analisi può essere costituito dal concetto di legame sociale. Oggi – sulla base forse di quanto sopra detto – assistiamo ad un ritorno di comunità, ad un nuovo bisogno di appartenenza, ad una rinnovata necessità di radicamento. Accanto a situazioni di tipo reattivo – come possono essere nuove le forme di comunitarismo religioso, localistico, etnico, ecc. – emergono però al tempo stesso forme di comunità – e di legame sociale – che tentano di costruire momenti di solidarietà sociale non esclusiva e totalizzante. Possiamo fare gli esempi di nuove forme di movimenti sociali, di comunità di consumo, di associazioni di quartiere e di volontariato, di partecipazione collettiva, tutte portatrici, in modo più o meno esplicito e consapevole, di momenti di critica sociale e di emancipazione. Una riflessione sulla natura e sulle condizioni del legame sociale nella attuale situazione storica appare dunque il miglior modo per porre la questione della critica.

In questa prospettiva, non vorremmo riproporre il tema della critica alla prima modernità, che diamo per acquisita. E neppure riproporre una riflessione sul ruolo che vecchi soggetti (partiti, sindacati, ecc.) possono avere in chiave critica. Attualmente, il compito di costruire un ordine sociale nuovo e migliore non sembra essere al centro dell’attuale agenda della maggior parte del mondo intellettuale. Occorre invece riproporre con forza questa prospettiva in una nuova direzione, consapevoli, come lo stesso Durkheim diceva, che nemmeno un’ora del nostro lavoro sarebbe utile se non servisse in qualche modo al miglioramento della società.

Programma:

20 giugno – 0re 15.00

Presiede Franco Crespi

Prima relazione

Danilo Martuccelli, La partecipation défective: en decà du sujet de la critique

Seconda relazione

Paola Rebughini, Movimenti sociali e possibilità del cambiamento: emancipazione e partecipazione

Discussione

Organizzazione dell’attività futura

 

21 giugno – ore 9.00

Presiede Enrico Caniglia

Terza relazione

Massimo Cerulo, Sfera pubblica, critica sociale e impegno civile

Quarta relazione

Chiara Moroni, Spazio pubblico virtuale: nuove pratiche di partecipazione

Discussione

Critica sociale ed emancipazioni. Dopo il post-moderno