{"id":927,"date":"2020-04-16T11:40:19","date_gmt":"2020-04-16T09:40:19","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ais-sociologia.it\/?p=927"},"modified":"2020-10-08T12:14:15","modified_gmt":"2020-10-08T10:14:15","slug":"ascoltare-il-cambiamento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ais-sociologia.it\/en\/2020\/04\/16\/ascoltare-il-cambiamento\/","title":{"rendered":"Ascoltare il cambiamento"},"content":{"rendered":"<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Carlo Pennisi<\/strong><br>Professore di Sociologia del Diritto<br>DSPS Universit\u00e0 degli Studi di Catania<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un momento nel quale, giustamente, la maggior parte della comunit\u00e0 sociologica sta provando ad orientarsi e raccogliere dati appena pi\u00f9 affidabili di quelli che circolano sui media, o a testare strumenti tecnico-metodologici per sondarne l\u2019affidabilit\u00e0, in un momento, insomma, in cui si sta cercando di concentrarsi per affrontare, con piani di ricerca solidi, quanto sta accadendo intorno a noi, quando si disporr\u00e0 di un quadro appena pi\u00f9 compiuto, in un momento cos\u00ec, scrivere pu\u00f2 apparire temerario.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eppure, proprio il momento invita alla modestia di provare a condividere, se non argomenti od ipotesi, almeno fuochi tematici intorno ai quali organizzare una propria riflessione su quanto, da sociologi, \u00e8 necessario almeno ascoltare. E ci\u00f2 che si avverte continua a cambiare, di settimana in settimana, rendendo ancora pi\u00f9 urgente, insieme, la percezione del vuoto del dopo e l\u2019esigenza di ancoraggi che organizzino almeno le nostre intuizioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ad alimentare il continuo mutare dello spaesamento contribuisce non poco l\u2019intrecciarsi di almeno due livelli di esperienza. Un piano simbolico rappresentazionale, con le proprie specifiche generalizzazioni, semplificatrici quanto si vuole ma utili o fuorvianti solo nei limiti degli usi che se ne fanno, e un piano che cerca di individuare come, dove e quando una epidemia si trasforma in pandemia, questa in un disastro sanitario e questo in un collasso economico, poi sociale e quindi, inevitabilmente, politico. Sono due flussi di esperienza inseparabili e, per questo, impongono reciprocamente limiti a ci\u00f2 che si pu\u00f2 capire e, soprattutto a ci\u00f2 che si pu\u00f2 dire.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul piano delle rappresentazioni, del modo in cui variamente ci siamo resi conto di quanto stava accadendo, sembrano emergere come centrali alcune nozioni e, soprattutto, il loro mutare. La prima \u00e8 la contemporaneit\u00e0. La trasformazione della percezione della globalizzazione non pi\u00f9 in termini di distanze mutate, ma in termini di istantaneit\u00e0 della condizione in cui ci si \u00e8 venuti a trovare ai quattro angoli del mondo. La correttezza della percezione non viene toccata dai ritardi tra i vari paesi, perch\u00e9 non \u00e8 dipendente da cronologia, ma esprime al contrario soltanto quell\u2019assenza di riferimenti nel tempo e nello spazio che rende tutto contemporaneo. La nuova percezione della globalizzazione diviene misura dello svuotamento del senso con cui essa si era proposta, diviene richiesta di un senso che ci renda comprensibili esperienze contemporanee e distanti, senza appiattirle in un\u2019impossibile uguale \u201ccasa\u201d dove si stia. La seconda nozione che appare mutare \u00e8 la storicit\u00e0. Proprio contraddicendo la storiografia delle epidemie note, essa raffigura come piene di conseguenze le scelte che si decide di fare in questo momento, configura l\u2019idea che le decisioni di adesso contino nel disegnare, non ci\u00f2 \u201ca cui si andr\u00e0 incontro\u201d (come se fosse l\u00ec), ma ci\u00f2 che sar\u00e0 dopo perch\u00e9 \u00e8 stato voluto adesso. Ma poich\u00e9 nessuno pu\u00f2 credere realisticamente di \u201ccambiare\u201d un futuro che non vede e che non pu\u00f2 raffigurarsi come proiezione di un passato, interrotto da un presente che dilaga nella contemporaneit\u00e0, ci paralizza la sensazione che non ci sia alcuna decisione sottratta al discredito, che ci possa non essere alcuna decisione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per converso, se la ricerca di una dimensione collettiva del senso naufraga in una contemporaneit\u00e0 senza storia, gli aspetti immediatamente relazionali nei quali si \u00e8 rinchiusa improvvisamente l\u2019interazione quotidiana sembrano esaltare e trasformare due nozioni comuni, dai risvolti solo inizialmente soggettivi. La prima \u00e8 quella di fragilit\u00e0. Essa riemerge dalla memoria delle proprie malattie e si diffonde sulle appartenenze generazionali, familiari, comunitarie sino agli irrisolti orizzonti dei rimorsi ecologici. N\u00e9 paura o emozioni simili, n\u00e9 ansia, la fragilit\u00e0 diventa il prisma nel quale contemporaneamente si moltiplicano le diseguaglianze ma, anche, si smaschera l\u2019inutilit\u00e0 esistenziale di artefatte diseguaglianze. Cos\u00ec, nell\u2019intercettare contemporaneamente l\u2019eguale e il diseguale, essa sembra trasformarsi in una potente leva sotto ogni criterio sin qui assunto per scalare o dividere persone, interrogandoci su quale umanit\u00e0 ci possiede. L\u2019altra nozione che appare muovere e cambiare da una interazione rinchiusa \u00e8 quella di responsabilit\u00e0. Un insolubile bisogno di affidarsi si trasforma nel bisogno di diventare affidabili, in un gioco di reciprocit\u00e0 che sembra dare nuove forme alle richieste ed alle offerte di fiducia. Una inaspettata e nascosta riserva di affidabilit\u00e0 che modifica quanto sapevamo sulla fiducia e che si rende improvvisamente disponibile, ma non sappiamo a quali condizioni. Sappiamo per\u00f2 sino a quando.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sappiamo, infatti, che il cambiamento che si avverte nella percezione di queste nozioni, quello che ha permesso di superare le prime reazioni semplicemente emotive e la ricerca di rituali espressivi in cui soltanto ripararsi, come fosse un improvviso temporale, il cambiamento, che continua a cambiare nel modo in cui si riarticola una quotidianit\u00e0 che non pu\u00f2 diventare abitudine, \u00e8 accolto, con dosi insospettabili di disciplina, perch\u00e9 avvolto da una ipotesi di temporaneit\u00e0 che non pu\u00f2 diventare attesa senza riacquistare la storicit\u00e0 di un futuro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa temporaneit\u00e0, che racchiude il caos del tutto contemporaneo, \u00e8 molto pi\u00f9 che una consolatoria ragione. Essa infatti tiene insieme, perch\u00e9 sospende le ragioni di ciascuna delle cose che rende possibile, sia la trasformazione dell\u2019obbligo in necessit\u00e0, sia l\u2019allontanamento, nel tempo, della inevitabile convivenza con una minaccia che non ha ancora assunto le forme del rischio. Ed \u00e8 qui il motore della disciplina, del farsene una ragione, della tensione tra emergenza ed eccezione. Ma qui anche l\u2019alternativa tra il consegnarsi ed il riconoscere i nodi venuti al pettine. Strade, entrambe, che solo collettivamente conducono alla forma di un senso a partire dal quale la necessit\u00e0 pu\u00f2 tornare a comporre obblighi e l\u2019eccezione mostrare la regola che la smaschera. Ma entrambe sono strade che ci riportano, dal piano simbolico rappresentazionale, nel quale intuiamo le metamorfosi di tutte le nozioni a cui si \u00e8 fatto cenno, al piano che esse interrogano e sul quale chiedono il confronto per una collettiva attribuzione di senso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Riportano alla domanda su come, dove, quando una epidemia si trasforma in pandemia, questa in un disastro sanitario e questo in un collasso economico, poi sociale e quindi, inevitabilmente, politico. Il flusso di analisi, ricostruzioni, interpretazioni, ipotesi e letture che monta inesorabilmente, nonostante la vischiosit\u00e0 dei dati, l\u2019eterogeneit\u00e0 delle rilevazioni, le differenze dei contesti culturali ed organizzativi, ci assicura che non si potr\u00e0 venire a capo presto, facilmente ed in modo non controverso, delle domande che emergono su questo secondo piano. Perch\u00e9 questo secondo piano non \u00e8 percepibile e affrontabile senza il primo e perch\u00e9 a quelle domande occorrer\u00e0 dare risposte che non possono essere solo scientifiche.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le poche differenze sulle quali esistono meno incertezze riguardano distinzioni gi\u00e0 note, ma che proprio per questo accrescono lo sbalordimento che sostiene il piano simbolico rappresentazionale. Tra queste, la presenza dell\u2019esperienza della Sars (la sua presenza, non il fatto che la si sia avuta) distingue la reazione dei paesi asiatici da quelli dell\u2019occidente. La forza di questa presenza risalta rispetto alla irrilevanza che si \u00e8 attribuita in Europa alle numerose previsioni scientifiche successive alla Sars. Dice moltissimo sul ruolo che nei due contesti si \u00e8 attribuito alla conoscenza scientifica e ci si potr\u00e0 riflettere, come fu per il lancio dello Sputnick per la scienza statunitense, se in gioco vengono posti assetti pi\u00f9 ampi del sistema culturale. La prevalenza della tecnologia nella percezione dell\u2019apporto della scienza al processo culturale dei nostri contesti sociali ha agevolato uno svuotamento del quadro di valori entro cui soltanto il processo scientifico si pone come contributo critico alle scelte collettive, mentre ha ingigantito, con l\u2019attesa prestazionale nei suoi confronti, la sensazione di onnipotenza la cui attuale sconfitta \u00e8 ben poco sorprendente. Col risultato che si \u00e8 privilegiata, anche delle stesse opportunit\u00e0 tecnologiche, la dimensione individualistica, efficientista e competitiva. Non pu\u00f2 dunque sorprendere la marginalit\u00e0 nel dibattito politico e culturale delle previsioni pandemiche. Ma la irrilevanza nella quale sono rimaste \u00e8 soltanto una frazione della sordit\u00e0 che si \u00e8 continuata ad avere verso ogni dimensione collettiva che non fosse riconducibile a dimensioni individualistiche. Che si cerca adesso dopo aver de-finanziato le ricerche sul vaccino per Sars? Sulle condizioni di rischio in cui si \u00e8 sviluppata la globalizzazione si sono scritte opere straordinarie. L\u2019attuale nuova ed eccezionale collaborazione internazionale recuperer\u00e0 certamente futuro, ma solo per chi \u00e8 sopravvissuto. Non \u00e8 poco, ma non sar\u00e0 abbastanza se non si trover\u00e0 modo di comprendere quello pandemico come un rischio che abbia la stessa quotidianit\u00e0 delle piattaforme dell\u2019eCommerce. Ma non \u00e8 poca la strada ancora da fare perch\u00e9 quelle nozioni dalle quali guardiamo la nostra condizione possano cogliere il loro necessario ed ancora indecifrato carattere ecologico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una accresciuta sensibilit\u00e0 scientifica, d\u2019altra parte, sarebbe soltanto una variazione ideologica, se non divenisse consapevole che la sordit\u00e0 \u00e8 stata procurata anche dal modo in cui lo stesso sapere scientifico \u00e8 stato banalizzato per essere schiacciato sulla sua utilit\u00e0 tecnologica. Si continua cos\u00ec a sostenere, contro tante evidenze, che il passaggio dalla pandemia al disastro sanitario sia stato dovuto alla riduzione dei finanziamenti del settore, rimanendo sordi al fatto che la costanza dei finanziamenti che hanno coperto tra il settanta e l\u2019ottanta percento dei bilanci di tutte le regioni, la costanza dei finanziamenti misurata sul piano europeo, con le opportune periodizzazioni, avverte che il problema \u00e8 stato piuttosto nel modello di spesa, nelle destinazioni e nelle scelte che l\u2019hanno orientata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se risulter\u00e0 vero che sono prevalsi orientamenti tesi a privilegiare grandi strutture piuttosto che reti territoriali, interventi d\u2019avanguardia, capaci di attrarre risorse e pazienti da regioni e nazioni distanti, piuttosto che reti per una cronicit\u00e0 sordamente chiamata \u201callungamento della vita\u201d, allora qualcosa diventer\u00e0 necessaria. Si dovr\u00e0 infatti capire come, quando e dove, una managerializzazione marciante da venticinque anni sotto la bandiera dell\u2019eccellenza abbia potuto conquistare i sistemi sanitari e da l\u00ec riproporsi, con alterne fortune, in ogni amministrazione che si era voluta sin l\u00ec pubblica perch\u00e9 resa potente e limitata da precisi valori costituzionali, pubblica perch\u00e9 la sua azione non avrebbe potuto essere ridotta ad efficacia ed efficienza senza che fosse dato a questi parametri il contenuto di equit\u00e0 e di giustizia che rendesse le sue ragioni \u201cfini\u201d della Repubblica (e non solo di uno Stato).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Cos\u00ec, il disastro sanitario appare come effetto visibile di un grumo di irrisoluzioni culturali ed istituzionali pronto a dilagare sul piano economico e sociale, oltrech\u00e9 politico. Ma il processo \u00e8 in corso. La sensazione che, al di l\u00e0 di ogni retorica, possa essere una svolta deriva dalla non diffusa consapevolezza che ogni semplificazione pragmaticamente riduzionista (\u201cfinanziamo la sanit\u00e0\u201d, \u201cfinanziamo le imprese\u201d, \u201cfinanziamo i privati\u201d) apparir\u00e0 arbitraria, oltre che banale, che solo rassegnazione e disperazione potranno accogliere il ripresentarsi immutato (soltanto \u201cposticipato\u201d) di quegli assetti istituzionali (nel privato, nelle imprese, nelle amministrazioni) che, in ciascun ambito delle nostre vite, pur avendoci condotto in questa quarantena, proveranno pure a dare forma alla convivenza col virus e da l\u00ec illudersi di potere aspettare la prossima pandemia.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" width=\"768\" height=\"580\" data-src=\"https:\/\/www.ais-sociologia.it\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/ab653b06-d52c-4892-84b3-df21617d127a-768x580-1.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-936 lazyload\" data-srcset=\"https:\/\/www.ais-sociologia.it\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/ab653b06-d52c-4892-84b3-df21617d127a-768x580-1.jpeg 768w, https:\/\/www.ais-sociologia.it\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/ab653b06-d52c-4892-84b3-df21617d127a-768x580-1-600x453.jpeg 600w, https:\/\/www.ais-sociologia.it\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/ab653b06-d52c-4892-84b3-df21617d127a-768x580-1-300x227.jpeg 300w\" data-sizes=\"(max-width: 768px) 100vw, 768px\" src=\"data:image\/svg+xml;base64,PHN2ZyB3aWR0aD0iMSIgaGVpZ2h0PSIxIiB4bWxucz0iaHR0cDovL3d3dy53My5vcmcvMjAwMC9zdmciPjwvc3ZnPg==\" style=\"--smush-placeholder-width: 768px; --smush-placeholder-aspect-ratio: 768\/580;\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Carlo PennisiProfessore di Sociologia del DirittoDSPS Universit\u00e0 degli Studi di Catania In un momento nel quale, giustamente, la maggior parte della comunit\u00e0 sociologica sta provando ad orientarsi e raccogliere dati appena pi\u00f9 affidabili di quelli che circolano sui media, o a testare strumenti tecnico-metodologici per sondarne l\u2019affidabilit\u00e0, in un momento, insomma, in cui si sta [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"pmpro_default_level":"","footnotes":""},"categories":[4],"tags":[],"class_list":["post-927","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-forum","pmpro-has-access"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.8 - 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