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L’espressione “emancipatory social science” viene da E. O. Wright [2010] e allude a progetti di ricerca caratterizzati dal desiderio che la stessa ricerca possa supportare processi di emancipazione. In particolare, si fa riferimento a un sapere sistematico che si interessi ai movimenti di sottrazione dall’assoggettamento prodotto dalle dimensioni strutturali del sistema produttivo tardo capitalista, al fine di legittimare maggiormente pratiche e visioni marginalizzate o rimosse, di sistematizzare ciò che oggi produce o redistribuisce in modo diverso, di connettere tali pratiche con altri contesti sociali, di aumentarne la visibilità negli spazi istituzionali e così via. Al centro dell’interesse vi è, quindi, non solo la mappatura e l’analisi sistematica di ciò che oggi rende possibile una reazione collettiva allo sfruttamento e alla precarietà, ma anche la funzione che le analisi sociali possono svolgere per facilitare il “farsi discorso” di queste esperienze dentro ad uno spazio pubblico riaperto e, dunque, il loro farsi con-testo ineludibile.

In tal senso, al cuore dell’interesse della “emancipatory social science” sta la questione delle metodologie della ricerca e dei processi di produzione del sapere intesi come processi collettivi, democratici, mobilitanti. Basti pensare, ad esempio, alla condivisione del disegno di ricerca con coloro che sono “osservati”, alla co-etnografia, alla con-ricerca, alla ricerca art based che permette elaborazioni emotive e post elitarie delle questioni sociali, alla ricerca applicata a contesti di progettazione politica, alla gestione collettiva dei dati emersi, alla didattica partecipata – fare teoria sociale con i diversi attori sociali presenti nella ricerca dentro alle aule riaperte delle università, e così via.

Un recente numero della rivista QTS [1/2019] ha proposto a ricercatori e ricercatrici di varia formazione ed esperienza di riflettere su tali proposte e leggere il proprio lavoro alla luce dell’istanza di essere parte di processi e progetti di emancipazione. La reazione alla call è andata oltre le aspettative: circa 60 proposte a cui hanno contribuito quasi 90 autori. Alcuni degli autori e degli approcci teorici citati erano più ricorrenti (da Burawoy a de Sousa Santos, da Appadurai a Sen, da Fraser a Boltanski), altri meno, ma tutti interessati a esplorare in modo originale il nesso tra produzione di sapere e mutamento sociale attraverso gli strumenti offerti dalla teoria sociale. É stato estremamente stimolante leggere i modi diversi in cui quella sollecitazione era stata accolta, veder apparire argomentazioni e risposte che accostavano l’idea di produzione scientifica a quella di mutamento/movimento emancipante in maniera inusitata: dalla centralità del luogo nella produzione delle scienze sociali (con riferimento ai processi di dislocazione dello sguardo rispetto ai paradigmi eurocentrici e coloniali assunti inconsapevolmente), alla centralità del metodo (inteso come teoria sul nesso tra modalità di produzione del pensiero – come dicevamo, art based o visuale, co-etnografica, partecipativa – e il tipo di pensiero prodotto); dalle diverse definizioni recenti delle “scienze sociali emancipanti”, sino alle possibili definizioni future di “scienze sociali sul\del possibile” (quelle interessate a quanto è in luce, potenziale, un “non ancora” che pure può essere), e così via.

Se gli spazi limitati della rivista non hanno permesso di rendere giustizia della pluralità di questioni e approcci emergenti, questo convegno si propone ora di riprendere quel dialogo, rilanciando un confronto e un dibattito più ampi che ci auguriamo possano essere altrettanto partecipati. Per continuare la perlustrazione del nesso tra ricerca sociale e processi di emancipazione, ma anche per creare lo spazio per reti e contatti che facilitino tali processi.

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