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La precarizzazione è oramai un fenomeno che, seppur con forme e sfumature diverse, interessa una fascia della popolazione sempre più ampia e diversificata. Essere precari significa soprattutto avere a che fare con l’esperienza di tre tipi di insicurezza lavorativa: la durata dell’impiego; le proprie entrate economiche; la carenza o addirittura l’assenza di protezioni sociali. La letteratura in materia sembra suggerire che questo tipo di fenomeno – seppur disomogeneo nelle forme – finisca per precarizzare tutte le altre sfere di vita. La precarietà è quindi sempre più una condizione (in quanto tale, costantemente mutevole) esistenziale, oltreché materiale e sociale, che interessa aspetti legati alla definizione e alla rappresentazione del sé. Per declinare più concretamente la questione, essere precari\e ridefinisce le relazioni amorose, affettive e familiari così come la capacità di auto-attribuzione ad una classe sociale e di partecipazione civica. In tal senso, la condizione di precarietà si è nel corso del tempo sempre più caratterizzata quale un vero e proprio demarcatore generazionale e politico. Da qui, il tema della cosiddetta “cittadinanza precarizzata”, che è divenuto centrale per riuscire a comprendere la profonda mutazione di tutto ciò che ruota intorno alle forme e ai contenuti della democrazia occidentale, nonché alle principali istituzioni che sono alla base della società. Adottare questa prospettiva di analisi significa guardare alla precarizzazione come un aspetto che occorre, in qualche modo, apprendere, interrogandoci sui processi di adattamento, oltre che su quelli di resistenza e contrasto. Questo è ancora più interessante se pensiamo al fatto che la condizione precaria riguarda da vicino spesso lo stesso “soggetto ricercatore”. Questo aumenta l’interesse per questo ambito di ricerca, interesse dato non solo dalla complessità dei nessi tra precarizzazione materiale, esistenziale e politica, ma anche dalle sfide metodologiche che esso pone. Come osservare la condizione precaria? Ad esempio, con metodologie più tradizionali o anche attraverso metodologie di ricerca autoriflessive, autobiografiche, partecipative e così via, che consentano allo studioso\a precario un percorso di soggettivazione specifico? Con quale livello di coinvolgimento degli attori?

A partire da queste riflessioni, il convegno intende offrire uno spazio di confronto interdisciplinare finalizzato a condividere la conoscenza su teorie e su metodologie applicate al tema della precarizzazione delle sfere di vita. In particolare, pur tenendo conto di possibili altre proposte, si vuole focalizzare l’attenzione soprattutto su esperienze e contributi che forniscano una lettura di:

1. Essere precari\e
In epoca neoliberista, la precarietà sta sempre più assumendo la sembianza di una forza “colonizzatrice” della quotidianità in grado di destrutturare spazi e tempi di vita, lasciando il soggetto nella continua impossibilità di pianificare la propria esistenza oltre il presente. Essere precari significa imparare a convivere con l’insicurezza cronica associata al “vivere in bilico” che si manifesta sia in termini di ansia, paura, pessimismo (depressione), in termini di edonismo, presentificazione e individualismo, ma anche in termini di sottrazione, disobbedienza, risoggettivazione.

2. Agire da precari\e
Analizzare la precarizzazione della cittadinanza significa guardare alle capacità dei soggetti di beneficiare effettivamente di determinati diritti sociali, ma anche studiare le loro idee di stato, cittadinanza, politica, rappresentanza, coinvolgimento, guardando alle forme (pratiche individuali e collettive) e alle idee (attitudini, valori) della loro partecipazione sul piano civico e politico (quindi populismo, ma anche disobbedienza civile, nuove forme di coordinamento, mutualismo, auto-organizzazione).

3. Intervenire sulla precarietà
La pluralizzazione dei livelli e delle forme in cui la precarizzazione si manifesta implica l’interrogarsi sia sull’efficacia delle esistenti misure di policies che su nuove/sperimentali modalità di intervento pubblico rispetto a tale fenomeno. In tal senso, è necessario riflettere intorno al tipo di “welfare” e delle sue possibili trasformazioni (il “workfare” o il “commonfare” ad esempio), ai soggetti collettivi che dovrebbero svolgere un ruolo di contrasto alla precarizzazione e alle principali criticità che si incontrano nel riuscire a rappresentare i precari.

Un abstract di max 1000 parole deve essere inviato entro il 30 giugno agli indirizzi annalisa.tonarelli@gmail.com e andrea.valzania@unisi.it specificando l’interesse prioritario per uno dei tre livelli di analisi.

Data e sede del convegno:
23 ottobre 2020 presso l’Università di Siena – via Mattioli 10 (Siena)
Invited speakers: Serge Paugam (confermato) e altri in via di definizione

Comitato scientifico:
Annalisa Tonarelli (Università di Firenze) e Andrea Valzania (Università di Siena): coordinatori Marco Alberio (Universitè dù Québec), Fabio Berti (Università di Siena), Simonetta Grilli (Università di Siena), Monica Massari (Università di Milano), Giuseppe Moro (Università di Bari), Ilaria Pitti (Università di Bologna), Vincenza Pellegrino (Università di Parma).