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A cavallo dei due millenni i sistemi educativi nazionali affrontano rilevanti cambiamenti sotto la spinta di processi economici di larga scala come le ricorrenti crisi e l’inarrestabile globalizzazione, ma anche in seguito a grandi trasformazioni sociali e culturali che vanno dalle “espulsioni” (migrazioni, nuove povertà e marginalità, precarizzazione del lavoro e dei lavori, ecc.) evocate per esempio da Saskia Sassen, all’espansione di flussi informativi e comunicativi grazie alle continue innovazioni tecnologiche ed al proliferare delle Network Culture(s).

Tra i tanti cambiamenti, uno dei più rilevanti  – peraltro, in una sorta di circolarità tra gli effetti e le cause – è consistito nella sempre più ampia privatizzazione dei sistemi educativi che li ha investiti in una doppia forma, come direbbe Stephen Ball: esogena, come espansione diretta del settore privato dell’istruzione, o in quella endogena, quale progressiva importazione nel pubblico di logiche, valori, metodi e tecniche del management di impresa, fenomeno riconoscibile sotto la veste del cosiddetto New Public Management.

Le tradizionali professioni dell’educazione formale, dalla scuola all’università, si sono viste attribuire nuove e pressanti richieste in un clima morale di meritocrazia, di selezione, performatività e competitività, che ha inciso e sta incidendo in modo consistente sulle pratiche di insegnamento, così come sul reclutamento, sulle carriere, sulle retribuzioni e sulle valutazioni. Le professioni dell’educazione formale sono sempre più sottoposte a varie forme di accountability, ormai anche nei sistemi scolastici late comers come l’Italia. Lo sviluppo delle tecnologie sta inoltre incidendo su questi cambiamenti, favorendo ulteriori accelerazioni sia dal versante della digital governance, sia su quello delle pratiche di insegnamento. Queste ultime si configurano progressivamente come accompagnamento e supporto di processi di apprendimento diffusi, delocalizzati e destrutturati rispetto alla tradizionale diade docente-studente.

In tal senso le sollecitazioni, come quelle paradigmatiche della teoria del capitale umano, alla base di tante politiche e retoriche educative nazionali ed internazionali, all’investimento continuo in auto-formazione si incontrano felicemente con quella incitazione alla produzione-consumo di conoscenze, che può sempre più efficacemente svolgersi anche fuori dai luoghi dell’istruzione formale e sempre più in reti. Al contempo, i sistemi educativi sono caricati di istanze legate alla cittadinanza democratica, come quelli ad es., dell’educazione alle differenze, al dialogo interculturale, alla deliberazione in assemblee, della messa in comune di beni, come la stessa conoscenza, alla cultura finanziaria a quella della legalità, ecc. Tali tematiche, che investono anche gli ambiti dell’educazione non formale ed informale, richiedono agli insegnanti, agli educatori e ai formatori competenze altre rispetto a quella tradizionale della trasmissione di conoscenze. L’educazione si struttura quindi più come processo di accompagnamento per lo sviluppo di competenze ‘trasversali’ sulle dimensioni della relazionalità, della comunicazione e, non da ultima, dell’imprenditorialità: si vedano, in proposito,  le 16 skills richieste agli studenti per il XXI secolo e individuate dal WEF (2015), distinte fra foundational literacies, competencies e character qualities, cui i professionisti dell’educazione sarebbero chiamati a rispondere. In questo scenario, che ha fatto anche parlare di learnification dell’educazione, secondo la proposta di Gert Biesta, non appare dubbio che le future ricerche dei sociologi dell’educazione andranno orientate anche verso le polimorfe riconfigurazioni delle professioni e dei mestieri dell’educare, in luoghi sempre più diversi, sempre più distanti, sempre più sfidanti rispetto a quelli dell’istruzione formale così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.

Il convegno di fine mandato della Sezione AIS Educazione intende proporre riflessioni su tali complessi processi prendendo in considerazione da un lato gli scenari su larga scala dei cambiamenti potendoli in risonanza anche con esperienze e situazioni locali. Si invitano pertanto gli studiosi di educazione, ma anche i professionisti dei diversi mondi dell’educazione, a proporre riflessioni teoriche e/o empiriche che possano consentire lo sviluppo del dibattito e delle riflessioni sulle svolte culturali che interessano le professioni dell’educazione.

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