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Oggi la società occidentale  − più che differenziata − appare soprattutto frammentata. Ogni frammento tende a circoscrivere identità, appartenenze, forme di razionalità in maniera distaccata o addirittura contrapposta rispetto ad altri frammenti. Spesso sembra di vivere nell’avvento della pura irrazionalità; o comunque nella crisi del rapporto fra l’idea astratta di “ragione” e le sue realizzazioni storico-politiche. L’universalismo ancorato  tradizionalmente nella ragione “europea”, illuministica, trascendentale, dialettica sembra ridursi alla razionalità “neo-liberista”; ad essa si contrappone il consenso, diffuso nelle masse popolari, verso gli orientamenti populisti e verso i fondamentalismi etnico-religiosi.

Ma è davvero questo lo scenario prevalente?

Se è in crisi la ragione basata su criteri assoluti, astratti, razionalisti, “giacobini”, le scienze umane devono rassegnarsi a non poter più cercare spiegazioni razionali? Se la ragione è sempre collocata in un orizzonte storico e linguistico, nello scenario attuale il linguaggio è fortemente innervato dall’ideologia o è pur sempre il luogo di una ragione basata sulla comunicazione e sul dialogo fra le parti?

Se pure la ragione delle scienze umane si alimenta grazie ai  propri pre-giudizi, è possibile guadagnare una nuova distanza critica, una discontinuità rispetto ai modelli tradizionali di analisi? Oppure le sue chiavi di lettura sono troppo subordinate al passato, così da vedere in modo miope il presente?

Come coniugare – in maniera dialettica? −  pre-giudizi, autonomia dei giudizi e pensiero critico? Secondo quali prospettive, in base a quali metodi?

Per non ridursi a concezioni idealiste, le scienze sociali possono contribuire non solo ad un pensiero critico, ma anche al cambiamento della società?

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