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Pensiamo all’immaginario come alla parte invisibile del visibile, che lo sostiene e gli dà senso radicandolo e nutrendolo, attraverso vari livelli di significazione via via più profondi di cui è necessario scoprire mappa e contenuto. Possiamo rappresentare la cultura di una società come un oceano: sulla superficie vi sono mille onde, una diversa dall’altra, che vanno in tante direzioni, ciascuna con una sua particolare identità. Questa è la parte visibile, l’infinita fenomenologia del reale. Ma sotto la superficie l’oceano è più calmo, più silenzioso, vi dominano correnti larghe e maestose che, a vari livelli, spostano masse di acqua imponenti da un punto all’altro, influenzando poi ciò che può essere visto in superficie. Il sociologo del profondo deve saper nuotare tra le onde e immergersi nelle correnti del profondo, dev’essere nocchiero e palombaro mentre cerca di rinnovare il contatto tra queste dimensioni.

La sociologia dell’immaginario e del profondo vuole essere un ulteriore strumento della cassetta degli attrezzi del sociologo della tarda modernità: si tratta di una disciplina in corso di costruzione, che ha già individuato il suo oggetto e sta definendo le proprie metodologie, la propria epistemologia e le proprie tecniche di indagine. Abbiamo pensato che fosse utile costruire degli occhiali sociologici specializzati nello studio dell’immaginario sociale perché siamo convinti che esso sia una delle dimensioni consustanziali della società nel suo insieme.

Tanti sono i buchi della serratura da cui possiamo sbirciare ciò che c’è nella camera invisibile del profondo: arte, comunicazione, rappresentazioni sociali, il mondo delle cose e della cultura materiale, architettura, moda, la stessa scienza, e questo perché tutti gli oggetti, virtuali o concreti, che animano e costruiscono le società costituiscono il proprio senso in relazione con l’immaginario. Possiamo pensare un rapporto profondo, continuo, dialettico in cui parte dell’immaginario si fa società visibile, mentre questa reciprocamente si fa immaginario, si fa invisibile in un continuo reciproco aggiornamento e in un grande processo di costruzione-ricostruzione e interiorizzazione del mondo così come ciascuna società lo vive. E vivendolo, lo immagina.

Diverse grandi narrazioni immaginate si sono poi incarnate nella società e possono essere un esempio materiale di questo tipo di dialettica, come ad esempio le religioni, la pubblicità, la politica, soprattutto nella sua dimensione utopica; è impossibile concretizzare qualcosa se prima non si riesce ad immaginarla. Così come è impossibile dare senso a qualcosa, considerarla reale, se non si accede all’immaginario che l’ha creata. L’immaginario sociale è un complesso mosaico che incorpora come tessere segmenti di sapere, conoscenze ed emozioni che si coagulano intorno ad alcuni “nodi”, relativi ad aspetti particolari della vita e che rendono possibile per l’attore sociale compiere scelte e mettere in atto comportamenti. Ciò avviene in base a princìpi che hanno a che fare coi mondi dei valori e del desiderio, in una struttura di vincoli e di opportunità non sempre modificabili se non si attinge all’essenza profonda nella quale le nostre immagini del mondo prendono forma. Perché ciò che viene creduto reale, ci ricorda il teorema di Thomas, sarà reale nelle sue conseguenze.

 

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