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Molto è stato già detto su quanto può accadere dentro un grave isolamento quando si incontrino parole nuove e persone, vi si trovino tracce inaspettate di sé, e dentro una inattesa “comunanza” si rigeneri il futuro e, al tempo stesso, il passato, ciò che dall’errore, dal mentire è stato sospeso e sepolto. Vorremmo riprendere questo discorso sui processi di cambiamento possibili in carcere attraverso lo studio, il confronto e la mediazione a partire da tanti e diversi punti di vista: quelli normativi (sul diritto allo studio in qualsiasi condizione); quelli socio-pedagogici (sulle modalità attraverso cui le istituzioni possono e devono collaborare perché confronto e cambiamento divengano esperienze reali); quelli sociologici (su cosa producano gli incontri dove gruppi e condizioni sociali distanti si raccontano a vicenda), e così via.
L’augurio è che da questi incontri emerga una idea più complessa della riflessività di cui le persone sono capaci e del modo in cui si può co-produrre pensiero, di come si possa sostare insieme nei labirinti disegnati dalle parole e dare nuovo significato alla sopraffazione e alla violenza che inferiamo e che subiamo, dentro e fuori dal carcere, per istituire con caparbietà forme di riparazione che diano realmente sicurezza.

 

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