La scomparsa di Pizzorno lascia un vuoto grandissimo non solo nella sociologia, ma nelle scienze sociali in generale, non solo nel nostro Paese, ma nella scena intellettuale internazionale. E’ stato, infatti, per reputazione più che per “visibilità” pubblica, un maestro del pensiero del XX secolo e del primo decennio di questo che stiamo vivendo, così povero di personalità rilevanti e con una statura intellettuale paragonabile alla sua. Innanzitutto egli ha contribuito alla rinascita della sociologia italiana nel secondo dopoguerra, con opere che, contraddicendo il giudizio negativo crociano sull’ “inferma scienza”, mettevano in risalto la capacità di analizzare empiricamente e di comprendere le grandi trasformazioni economiche e sociali che l’Italia e l’Europa stavano attraversando.  Basti ricordare la ricerca sull’impatto dei processi di industrializzazione sulla vita di comunità, sulle relazioni sociali, sui valori, sul significato del lavoro (Comunità e razionalizzazione, 1960) e quella successiva, condotta con Colin Crouch, sulle lotte operaie e i mutamenti nelle relazioni industriali e nei rapporti tra sindacati e stato (Conflitti in Europa: lotte di classe, sindacati e Stato dopo il ’68, 1977).
Dagli scritti giovanili ad oggi Pizzorno ha sempre accompagnato l’interesse per la ricerca empirica all’elaborazione di una sua peculiare, coerente, originale visione teorica in un itinerario intellettuale caratterizzato da una straordinaria continuità. Al suo centro troviamo lo stesso nucleo problematico, gli stessi assunti di base che, evitando con cura la speculazione filosofica, sono sempre riferiti alla loro utilità per l’analisi di concreti fenomeni sociali (la reputazione, il capitale sociale, il problema del free rider, la partecipazione politica ecc.). Presente già nei primi fondamentali saggi degli anni Settanta-Ottanta, questo nucleo è approfondito, scandagliato con acribia analitica e ricchezza di esempi concreti, nell’ultima sua opera, in particolare nel lungo saggio inedito ivi compreso (Il velo della diversità. Studi su razionalità e riconoscimento, 2007), molto discussa dalla sociologia italiana in seminari, note critiche, recensioni, saggi ad essa dedicati. Si tratta della critica serrata al paradigma intenzionalista (in particolare la teoria della scelta razionale), a cui attribuisce due lacune, la dimensione temporale e la dimensione sociale dell’azione umana. Diventano cruciali, in questa critica, i concetti di socialità e di riconoscimento (e di “cerchia di riconoscimento”) come incontro dove si dà “reciproca attribuzione di identità” senza il quale all’azione non sarebbe attribuibile alcun significato e al soggetto nessuna durevole stabilità. Non è casuale che Pizzorno, al momento della morte, stesse lavorando ad un’opera su Hobbes, un ritorno forse al problema fondamentale della tradizione del pensiero sociologico su come sia possibile il continuo “farsi della società”.
Infine una notazione personale, ma importante, credo, per comprendere la sua personalità intellettuale. Ho incontrato per la prima volta Sandro quando, da giovane ricercatrice, gli chiesi con un certo timore di poter inserire un suo saggio in un’antologia che stavo curando sul concetto di identità. Non solo me lo concesse con piacere, ma si stabilì tra noi da quel momento in poi un confronto costante in cui la differenza di età, di prestigio, di posizione accademica, non contavano. Su tutto prevaleva la sua acuta, direi insaziabile, curiosità intellettuale rispetto alle posizioni degli altri foss’anche quella dell’ultima arrivata nella comunità scientifica. Un giorno mi disse: sai perché vengo volentieri da voi a Torino? Perché mi criticate sempre.

 

Loredana Sciolla