Ho conosciuto Anna Oppo alla fine del 1967, quando entrai all’Istituto Cattaneo di Bologna, dove lei lavorava già da qualche tempo. Ricordo che, quando le fui presentato, mi disse molto formalmente “piacere, dott. Barbagli”, e che per alcuni giorni continuò a darmi del lei. Ma dopo poco diventammo amici. Al Cattaneo abbiamo condotto insieme una ricerca impegnativa sui giovani, la socializzazione e la partecipazione politica. Insieme agli altri ricercatori (Stefania Cappello, Pierpaolo Giglioli, Arturo Parisi) ci siamo  occupati, in un clima di grande effervescenza intellettuale, della Rassegna Italiana di Sociologia  e della impostazione di molte ricerche dell’istituto. Poco dopo abbiamo iniziato a insegnare sociologia  all’Università e ci siamo lanciati, con tanto entusiasmo quanta ingenuità, in spericolate sperimentazioni didattiche. Per oltre mezzo secolo, siamo stati uniti da un forte legame di amicizia, che è iniziato subito ed è diventato sempre più solido con il passare del tempo. Sono sempre rimasto colpito dalle qualità umane e intellettuali di Anna. Grande lettrice di romanzi classici, a differenza della maggior parte dei sociologi, amava scrivere bene.  Pur affrontando anche tematiche micro, si appassionava ai problemi macro, ai mutamenti di lungo periodo, alle differenze fra paesi e regioni. Si è sempre rifiutata di chiudersi in un ambito di indagine circoscritto, ma ha continuato a considerarsi una studiosa di scienze sociali, sensibile ai risultati delle ricerche degli antropologi, gli storici, i demografi, gli psicologi, gli economisti. Ho continuato a vedere Anna anche dopo che si è trasferita in Sardegna, a incontrarla ai convegni di sociologia e di demografia storica, a passeggiare insieme a lei per le strade di Bologna e di Cagliari, sulle spiagge di San Giovanni di Sinis e in quelle del Salento. Ho conosciuto e frequentato suo marito e la sua famiglia di origine, la  tribù degli Oppo, solidamente insediata nella grande e protettiva casa di Oristano. Per oltre mezzo secolo ho continuato a discutere con Anna di tutto: degli amori, i matrimoni  e i divorzi dei nostri amici, dei problemi dell’università, di politica,  della grandi trasformazioni sociali, dei film e dei libri che uscivano, perfino di quelli di sociologia. Con particolare entusiasmo abbiamo analizzato i mutamenti avvenuti, nel lungo periodo, nei sistemi di formazione delle famiglie e delle peculiarità della Sardegna. Ma in più occasioni abbiamo parlato anche della morte. Iniziammo a farlo alla fine degli anni Settanta, dopo aver letto i libri di Philippe Ariès. Abbiamo continuato anche in seguito, quando Anna perse due fratelli e una sorella. Alla fine di questo difficile periodo, il 22 dicembre 2014, Anna mi scrisse: “ passo il mio tempo a ricordare e a chiacchierare con i morti con cui ho molte più cose da dire che con i vivi che mi circondano”.  Lo abbiamo fatto ancora negli ultimi anni, prima che lei scoprisse di essere ammalata, quando le ho chiesto suggerimenti e consigli durante una ricerca che stavo conducendo sul fine vita in Italia e negli altri paesi occidentali.

Marzio Barbagli