Michela Luzi
Ricercatrice a td in Sociologia dei processi economici e del lavoro
Unicusano-Roma

Viviamo giorni in cui la distopia è il presente. L’ immagine del futuro, da sempre servita a dare senso e prospettiva all’individuo e al suo vissuto è, invece, offuscata, insicura, imprevedibile. Ne consegue un vero e proprio vuoto di senso che spinge a inventare un diverso atteggiamento di fronte ad ogni situazione della vita senza però possedere un riferimento o un criterio coerente di scelta. Questa mancanza di senso e di mete da raggiungere contribuisce a far sì che l’individuo si senta blasé, annoiato, disadattato, fuori luogo.

Questo processo è determinato da una presenza sempre in agguato: il rischio, metaforicamente pensato come una cappa che grava minacciosa sulla vita degli individui e che si trasforma, in modo socialmente e culturalmente variabile in paura. Il ventaglio delle paure contribuisce ad sostenere quel senso di inadeguatezza e inquietudine costante, che si alimenta con l’invasione di un pericolo inimmaginabile perché non visibile e non conoscibile. Domenico Secondulfo, nel suo post, scrive che «Nella società dei lumi non c’è niente di peggio di ciò che invisibile, evoca immaginari legati al tradimento e manda in cortocircuito una società che ha fatto del dominio dello sguardo e della trasparenza del mondo il fondamento ed il proprio mito costitutivi». Anche Fabio D’Andrea evidenzia l’invisibilità del virus definendolo «un agente invisibile e in più una “chimera”: un essere a metà strada tra il vivente e il non vivente, che sfugge alle classificazioni e in larga misura alla comprensione del sapere specialistico che se ne occupa (vedi frase iniziale). In quanto tale è il nemico perfetto per una cultura che ha fatto della visibilità e della certezza della conoscenza scientifica le pietre angolari della sua autorappresentazione». La paura, da sempre il male primordiale, è una delle passioni fondamentali dello stato di natura e anche il fondamento razionale della creazione della società civile, con le sue istituzioni, e della società politica (Ferrero). Così come la figura del nemico ha sempre contribuito a creare aggregazione sociale e a rinforzare le strutture culturali. A tal proposito ancora Secondulfo specifica che «Il nemico e lo scontro sono due sfere immaginali presenti da millenni nella nostra cultura. Essenzialmente hanno la funzione di sottomettere l’individuo al gruppo e alla collettività, e di favorire la integrazione e coesione del gruppo grazie all’individuazione del nemico comune». Ma, continua, «Quando il nemico è invisibile e inafferrabile, la guerra è ovunque e particolarmente cruenta». E la situazione è peggiore se per debellare il nemico è necessario isolarsi. La paura, da istinto naturale, proprio dell’essere umano, diventa il concentrato di un malessere che inibisce, che si fonde con le incertezze sulla vita, con la minaccia di una morte solitaria, con le insicurezze lavorative, con il timore inculcato dai media verso l’Altro generalizzato, visto come possibile minaccia di contagio e tutto questo preclude qualsiasi forma di socialità.  A questa situazione, assolutamente nuova, si vanno ad aggiungere paure ingenerate dall’enfatizzazione della complessità del mondo, della sua indecifrabilità,  dell’inadeguatezza degli strumenti democratici e sanitari, di cosa succeda veramente e cosa mai riserva il futuro. Il tutto contribuisce ad attivare una paura anarchica che riesce a bloccare ogni agire deprivando l’individuo della ricchezza dell’intuizione e della libertà, rendendolo passivo e inerme.

L’individuo ormai rattrappitosi in una dimensione quasi autistica, isolato e recluso in casa, in balia dei media, vaga alla ricerca disperata e affannosa di soluzioni individuali per una pandemia che ha, invece, dimensioni globali. Si generano paure su paure che sospendono qualsiasi prospettiva esistenziale. Paradossalmente, anche il luna park del consumo che, con le sue meraviglie, riusciva ad ipnotizzare l’individuo e ad esorcizzare le paure, quanto meno temporaneamente, non è più così efficace. Anzi! Maria Luisa Bianco specifica a tal proposito che «Quest’esperienza, così scioccante collettivamente e individualmente, potrebbe averci fatto riflettere sul valore della vita e quindi disporci ad assumere comportamenti più rispettosi di noi stessi, degli altri e della natura».

Una delle poche certezze che abbiamo in questo momento, e che emerge dai vari post, è che il Covid-19 sta creando condizioni differenti da quelle precedenti. Prima l’individuo sceglieva  di entrare in relazione con l’altro, di far parte di una comunità, di una collettività e di una società al fine di esorcizzare la paura. Ora non può! Il modo migliore per evitare il contagio è restare isolati, eludendo forme di aggregazione che potrebbero essere fonte di contaminazione. Tutto quello che è stato giusto, corretto, consentito e scontato fino a pochi giorni fa, oggi non lo è più, è superato. Lo stesso ordine sociale, lo stesso equilibrio individuale, soggettivo e morale debbono necessariamente essere ridefiniti. Perché, questa nuova paura, spinge, anzi, costringe all’isolamento, alla paranoia, all’ostilità sociale. E questo è il male peggiore.