di Anna Marino e Luisa Nardi

Le immagini che circolano sul web sin dall’inizio della pandemia, che mettono in relazione la quarantena con la quaresima, hanno suscitato interesse nell’approfondire quale connessione possa esserci tra queste e il numero quarantanell’immaginario collettivo, cercando di trovare una radice comune appartenente a differenti culture e credenze. Molteplici sono le tradizioni in cui i numeri hanno una valenza sacra, talvolta ai numeri viene riconosciuta una funzione regolatrice di tutto ciò che ci circonda.

Abbiamo cercato di riflettere sul numero, non inteso nella elaborazione e/o applicazione della moderna scienza della natura, ovvero come tassello fondamentale per il processo di matematizzazione del reale (riduzione del reale in quantità finite e misurabili), ma sul numero come simbolo dell’ordine nel contesto culturale e religioso, in particolar modo per cercare di avere una visione complessiva dell’interpretazione che del numero quaranta fanno le tre principali religioni monoteiste. 

Per il particolare momento storico che stiamo vivendo, appare opportuno soffermarsi sul significato del quaranta. Siamo in quarantena, isolamento obbligatorio che dovrebbe avere una durata di quaranta giorni: era questa la durata tipica della segregazione a cui erano sottoposti le navi provenienti da zone colpite da epidemie o pandemie, come la peste. Nonostante siano passati molti secoli da quando questa pratica viene messa in atto per la prima volta, appare questa l’unica possibilità che l’intera umanità ha, ancora oggi, per preservare il bene più caro, la vita. 

Il numero quaranta esprime lo stesso significato del numero tredici: spezza la ciclicità, costringendo a un mutamento profondo e questo cambiamento può essere vissuto sia in modo favorevole che sfavorevole. Rompendo la legge della ciclicità e della costanza, indica la rottura dell’equilibrio, il disordine; esprime la morte simbolica che va interpretata come morte alchemica: morire per poi rinascere, proprio come la Fenice. Il quaranta indica l’altalenante, l’incerto, il mutabile, il precario, il variabile, l’ambiguità, l’insicurezza, il disorientamento. Indica il transito che consente una nuova vita: secondo R. Allendy, psicoanalista e medico francese, si tratta della “realizzazione di un ciclo nel mondo, o meglio il ritmo delle ripetizioni cicliche dell’Universo”. Sant’Agostino sosteneva che il numero quaranta esprime la perfezione “poiché la Legge è stata data nei dieci comandamenti, allora è per tutto il mondo che la Legge è stata predicata e tutto il mondo è composto di quattro parti: Oriente e Occidente, Sud e Nord; quindi, moltiplicando dieci per quattro, si ottiene quaranta. O, meglio, è per i quattro libri del Vangelo che la Legge si compie”.

Un numero carico di significato il quaranta e non solo per l’uomo biblico: il numero in esame simboleggia il tempo necessario all’essere umano per realizzare una trasformazione radicale del proprio modus agendi. È nota la consistente presenza di numeri all’interno dei testi sacri in cui questi vanno considerati come simboli: occorre avere una visione di questi qualitativa più che quantitativa, per riuscire a leggere i segni del tempo attraverso i numeri nella religione.   

Ebrei e cristiani condividono (in parte) le scritture dell’Antico Testamento, in cui ritorna spesso la simbologia del numero quaranta. Il diluvio durò quaranta giorni e quaranta notti, che Noè trascorse sulla barca insieme alla sua famiglia e tutti gli animali indicatigli da Dio; Mosè rimase sul monte Sinai quaranta giorni e quaranta notti, per accogliere la Legge impressa su tavole di pietra da Dio. Anche la religione islamica riferisce la vita di Mosè, in quanto è riconosciuta nella sua persona uno dei principali profeti: il Corano riporta le quaranta notti da lui trascorse sul Monte Sinai ed ancora il numero quaranta è riportato nel testo quando si fa riferimento al periodo di gestazione. Come riportano i Vangeli sinottici per la religione cristiana, Gesù fu condotto nel deserto e digiunò per quaranta giorni e quaranta notti. 

Paul Klee, Eros (1923)

Nei tre testi sacri delle tre religioni monoteiste il numero quaranta viene riportato più volte: rappresenta l’attesa, la preparazione, la prova, il digiuno, il sacrificio, la rinuncia, la privazione, a volte il giudizio, la punizione; ma anche il tempo che occorre per un cambio generazionale ed il tempo per una conversione radicale, un cambiamento profondo che nasce dal taglio di cose effimere e superflue. Rappresenta la ragione e l’età della maturità. Anche la gestazione di una donna ha la durata di quaranta settimane, durante la quale nasce qualcosa di nuovo.  Quasi tutte questi aspetti vengono (ri)vissuti in alcune feste religiose più importanti delle religioni monoteiste: le feste hanno poco in comune, spesso la Pasqua ebraica e quella cristiana coincidono ma ciò raramente accade con il Ramadan (mentre nel 2020 le tre festività si accavallano), eppure queste tre feste sono precedute da un periodo (almeno da un punto di vista simbolico) di attesa, preparazione, prova, digiuno, sacrificio, rinuncia e privazione, che fanno da preludio al senso profondo di queste ricorrenze. Il passaggio ad una condizione di vita nuova

Ancora qualche curiosità…nell’alfabeto arabo il quaranta corrisponde alla lettera mim (م) e coincide con l’arcano maggiore Tredici dei Tarocchi, La Morte, che segna il compimento di una fase della vita, la trasformazione e il cambiamento; nella lingua ebraica il quaranta corrisponde alla lettera mem (מ,ם), che rappresenta il Rivelato (Mosè) ed il Nascosto (Messia). La rappresentazione grafica del numero quaranta suggerisce significati contrapposti nella classificazione durandiana, come lo scettro “mim” (م) e la coppa mem (מ,ם). Nella simbologia biblica, il quaranta viene associato all’immagine del giorno e della notte: è doveroso un accenno alla classificazione isotopica delle immagini di Durand, dove è rappresentata una contrapposizione tra il bene e il male, alla quale corrisponde una lotta (spirituale) perpetua. Chissà se da questa quarantena, vissuta a cavallo tra le tre festività religiose, che in esse portano un valore simbolico di rinascita (oltre che profondamente spirituale), non possa nascere una visione di un mondo diverso, un mondo in cui (ri)nasce la consapevolezza di essere ognuno un colore diverso ma di appartenere tutti allo stesso “arcobaleno”.