riceviamo e pubblichiamo il documento a firma di Davide Borrelli – Università del Salento – e Marialuisa Stazio – Università di Cassino e del Lazio meridionale

Un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione (A. Bloch)

C’era una volta la meritocrazia, o almeno c’era la volontà di affermarla, o forse soltanto la corsa a esserne ricordati come i promotori. C’era bisogno di qualità e di merito nell’università – si proclamava all’unisono nei palazzi della politica, sulla stampa che conta, tra gli accademici più meritevoli e baldanzosi. Qualcuno – di sicuro uno stravagante pieno di ubbie che si ostinava a richiamarsi ai dati – protestava che da anni l’antica istituzione era sistematicamente bersagliata da sanguinosi tagli ai finanziamenti, che l’Italia era solo 23a su 33 tra i paesi OCSE quanto a spesa annua per studente universitario e che era diventata, tra i paesi industrializzati, quello con il peggior rapporto studenti-docenti , nonostante il minor numero di studenti universitari (47% a fronte di una media europea del 70%) . Tali dettagli, però, vennero giustamente tralasciati come irrilevanti e pretestuosi, poiché fu immediatamente chiaro a tutti che il merito della questione universitaria consisteva essenzialmente nella questione del merito degli universitari, e che questo era l’autentico problema da affrontare.

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