Le vicende legate alle abilitazioni hanno suscitato anche in me qualche motivo di sconcerto: ad esempio, il tono di alcuni giudizi sui candidati mi pare quasi sprezzante e lesivo della dignità sia di chi li ha subiti sia di chi li ha emessi. Ma soprattutto mi hanno colpito i dati sul divario fra Nord e Centro-Sud. Ho insegnato in sedi settentrionali, centrali e meridionali e non ho mai riscontrato quel dislivello. Ovviamente, come in ogni comunità pensante, ci sono diversità di tradizioni culturali, di interessi tematici e di prospettive metodologiche; diversità che però non coincidono con differenze territoriali nella qualità scientifica.

L’attuale dibattito è comunque utile sotto vari aspetti. Perfino le polemiche personali, per quanto aspre, sono comunque il segno che non sonnecchiamo nell’indifferenza reciproca, e che lo scontro in atto va al di là di opposte logiche spartitorie. Infatti sono emersi punti di confronto culturale e ciò mi sembra l’aspetto più positivo generato da queste tristi vicende; purché tale confronto sia animato da spirito critico e autocritico. Personalmente vedo con grande preoccupazione l’affermarsi di tendenze che mi paiono scientiste, “quantofreniche” e riduzioniste: ma anche esse potrebbero costituirsi come interlocutrici di quel dialogo, purché non siano velate da una certa supponenza (che è agli antipodi della scienza).

Quanto agli aspetti più “politici”, in un recente passato ho potuto osservare più da vicino che le “componenti”, pur con alcuni limiti, hanno rappresentato un punto di equilibrio e di saggia mediazione, oltreché di pluralismo culturale. Certamente oggi vanno riformate e aggiornate: potrebbero meglio alimentare lo spirito comunitario al proprio interno e moltiplicare spazi di formazione, crescita e orientamento a vantaggio soprattutto degli studiosi più giovani. Ma se l’alternativa fosse l’attuale balcanizzazione,  considererei le “componenti”, soprattutto se riformate,  il male minore.

E ancora. Dopo tante proteste, critiche, schermaglie, ricorsi, etc. ci troviamo tutti di fronte ad un paradosso: la ricerca formalistica di una valutazione massimamente oggettiva è sfociata in esiti massimamente controversi. Correggere queste procedure mi pare quindi indispensabile. Ma esse sono solo un tassello di un insieme che si è affermato dalla RAV in poi. Al di là dei proclami pubblici dei decisori e dalle pur buone intenzioni di tanti colleghi, a mio avviso un intero pacchetto di provvedimenti non solo presenta errori metodologici; ma procede a passo di carica dietro una bandiera ideologica e secondo una strategia oggettivamente accentratrice, destrutturante e repressiva. Sarebbe ora che riprendessimo lo spirito critico della tradizione sociologica e che il disagio di tanti singoli colleghi si coagulasse in una ribellione collettiva.