Giacomo Buoncompagni
Ph.D student in Sociology (Human Sciences)
University of Macerata
Department of Political Science, Communication and International Relations

Una situazione di crisi è il risultato di una scarsa azione preventiva durante il tempo della normalità.
Fino a poco tempo fa la laurea in scienze della comunicazione in Italia era paragonata a una “scienza delle merendine”. Ad oggi di fronte ad scenario di piena crisi nazionale ( e non solo) risulta particolarmente interessante notare come sia la costruzione di una forte campagna di comunicazione per rilanciare l’immagine e l’economia dell’Italia che la continua ricerca di una buona narrazione dei dati da parte del mondo della scienza medica e dei media, siano da subito risultate essere ( quasi) le sole soluzioni concrete per superare la di crisi di questi giorni causata dal Coronavirus ( e dai gravi errori di comunicazione istituzionale).
Tralasciando per un attimo i gravi effetti causati dal nuovo virus, e i numeri dei contagiati in continuo aggiornamento (che lascerei agli esperti già fin troppo numerosi), è importante riflettere su come l’informazione e il modo di comunicare l’emergenza in Italia siano totalmente fuori controllo in un’epoca, quella digitale, dove regnano trasparenza e abbondanza di contenuti.
Il gioco dei numeri dei contagiati, l’allarme improvviso, la folla nei supermercati, la chiusura, la riapertura e di nuovo la chiusura di alcuni luoghi pubblici hanno chiaramente mostrato come l’informazione si configuri oggi come puro “intrattenimento”, da un lato, e, dall’altro, come strumento in grado di persuadere politica e cittadinanza, capace di governare tempo e spazio e di dare il via o lo stop alle nostre vite. “La questione non è che la televisione (..) costituisce un’influenza dominante nel complessivo processo dell’interazione umana all’interno delle varie reti delle istituzioni. (..) Chi lavora nei media ha compreso che bisogna “giocare sui numeri” (..); ormai abbiamo accettato una cultura mediale (..) e che in larga misura la cultura dei media è intrattenimento”. Queste le parole, più che mai attuali, dei sociologi Altheide e Snow (1979).

Dunque sono tre le questioni principali che sembrano emergere:

-“Iperattività” del cittadino.
Le misure di contenimento sembrano al momento essere la soluzione più efficace. Il richiamo alla ripartenza, alla cultura, al commercio dopo i primi giorni di chiusura sono stati segnali di una forza apparente del cittadino ( giustamente sconvolto), una reazione di fuga/difesa nei confronti della paura. Nessuno vuole una nuova crisi economica, ma di certo non possiamo vedere risultati positivi in seguito all’ordinanza di chiusura delle scuole o dei locali pubblici dopo sole poche settimane. Serve pazienza e buona informazione. O altrimenti scegliamo: o la ” Borsa” o la ” Vita”. I numeri dell’economia mondiale scendono, ma salgono quelli dei ricoverati negli ospedali del nord ormai al collasso. Uno studio del 2012 “Decison support for containing pandemic propagation”, basato su alcuni modelli matematici, a proposito di “strategie del contenimento” suggerisce la chiusura di tutte le strutture pubbliche per 8 mesi nel caso di diffusione di un agente patogeno.

– Sovraccarico informativo.
L’informazione di certo non aiuta.
Da una totale emergenza passiamo a una situazione di pieno controllo della malattia, nemica solamente di qualche povero anziano già a letto da mesi.
La comunicazione si conferma il primo potere nella società dell’informazione. Crea, distrugge, ricrea, modifica la realtà sociale. È vera, falsa, parzialmente vera, confusa, incomprensibile. Gioca con i numeri, diventa intrattenimento. Coronavirus è divenuta una serie tv, siamo ancora alla prima stagione, ci sono pubblici diversi che agiscono e reagiscono diversamente. Impossibile non seguirla o commentarla.

– Il tramonto dell’autorevolezza della politica italiana.
C’è il sindaco che pensa alla propria comunità locale, l’opposizione che desidera un governo d’emergenza, il Presidente che chiede il massimo del potere politico. Chi chiude le frontiere al nord e al sud. Chi ruba l’ amuchina, chi indossa in diretta tv la mascherina. Chi confonde il razzismo con i protocolli tecnici d’emergenza.
L’era del Coranavirus è iniziata, ” peggio dell’11 settembre”, dicono.
Serve più responsabilità politica, un rallentamento della mobilità, più fiducia e chiarezza dagli operatori dell’informazione. Ma soprattutto coordinamento e cooperazione.

L’idea che più informazione (o l’accumulo di informazione) produca verità è paradossalmente una menzogna.
Quando non c’è direzione, ma improvvisazione e disordine, viene meno il senso.
C’è chi chiede trasparenza, chi verità, ma queste due cose non sono identiche.
Le persone hanno paura del nuovo virus non perché questo non viene visto, ma perché sanno che esiste. Istituzioni e giornalisti dovrebbero ripartire da qui. Parlare e agire considerando che questa nuova malattia esiste, non considerando il fatto che non può essere vista. Più si cerca di nascondere i numeri o cambiare la narrazione e il significato delle cose più cresce il senso di shock e la paura.
Il primo passo è ripartire da una chiara e completa comunicazione istituzionale che abbia una visione completa, presente e futura, del problema sanitario ora e della crisi economica poi.
Una comunicazione che sappia vedere in maniera lucida la situazione nazionale e prevedere allo stesso tempo le conseguenze dei provvedimenti che vengono presi.
Prima di tutto lo Stato ha bisogno di recuperare autorevolezza per guidare l’emergenza e comunicare fiducia e vicinanza ai propri cittadini, cosi come la scienza medica, che in queste ultime settimane sta rischiando di perdere credibilità e di regalare spazio a fake news e complottismi.
Forse siamo già in ritardo, ma per risolvere la futura crisi economica e sanitaria del paese occorrerebbe curare prima di tutto queste ferite mediatiche e istituzionale ancora troppo aperte.
Una cosa certa però c’è: con la pandemia Internet diviene un bene di prima necessità, e di conseguenza, l’informazione un bisogno primario di ogni cittadino globale.