I recenti interventi di Alessandro Cavalli (nel sito AIS) e di Davide Borrelli (nel gruppo “Tutto quello che vorreste sapere sull’ANS”, www.facebook.com/groups/396688007136413/) sulla classificazione delle riviste e sulle Abilitazioni Scientifiche Nazionali nelle discipline sociologiche meritano di essere ripresi e discussi in termini più generali.

Cavalli (di cui non si discute in alcun modo la probità) può certamente essere capace di giudizi universalistici, ma nessuno può pretendere atti di fede. Per di più Cavalli non è uno dei tanti membri dei comitati delle riviste sociologiche; è un esponente di punta dell’Associazione Il Mulino, di cui è stato anche presidente (2003-2009) e al cui direttivo tuttora appartiene. Quell’associazione possiede e gestisce la casa editrice e una sessantina di riviste, che per statuto controlla e promuove. Ecco perché la sua nomina nel piccolo «Gruppo di Lavoro ANVUR “Riviste e libri scientifici” – area 14» (quattro persone, due sole delle quali per le discipline sociologiche) ha suscitato sconcerto. Nessuno, per quanto onesto, può essere al tempo stesso arbitro e giocatore.

Ha scritto un insigne giurista, Guido Pescosolido: «Quando lo Stato attribuisce a qualsiasi lista di riviste, anche la “migliore” scientificamente possibile, il potere di influire e decidere sugli esiti dell’esercizio di una funzione pubblica quale il reclutamento di docenti di ruolo delle università statali e di quelle private con finanziamento statale, esso rinuncia, in parte o in toto, ad una sua funzione pubblica fondamentale, affidandola a soggetti privati, portatori di interessi privati, anche semplicemente e brutalmente economici. E questo perché le riviste scientifiche sono per lo più, frutto dell’iniziativa culturale di liberi studiosi, ma anche dell’iniziativa economica (e sottolineo economica) di editori, tutti rispettabilissimi, ma tutti, studiosi e editori, innegabilmente soggetti privati nel momento in cui producono una rivista che non sia di proprietà di un ateneo o di un istituto di ricerca; ma anche in questo caso i risvolti privatistici della rivista si potrebbero profilare ove essa fosse pubblicata e diffusa da un editore esterno. Quando poi direttori e membri di comitati scientifici di riviste sono chiamati a far parte dell’organo ministeriale che detta regole come quella che si sta applicando ai giudizi di idoneità nazionale di professori universitari di prima e seconda fascia, la possibilità di conflitto di interesse diviene imbarazzante» (http://www.roars.it/online/le-riviste-secondo-lanvur-tra-conflitti-dinteresse-e-grottesco/).