Il libro di Maurizio Ambrosini, Migrazioni, ed. EGEA (univ. Bocconi), nuova edizione aggiornata,  si rivolge a un vasto pubblico per spiegare in modo piano e comprensibile un fenomeno complesso e controverso come quello migratorio. L’agile volume punta infatti alla leggibilità, rinunciando a note e citazioni, così come d’altronde richiede la collana Pixel in cui è inserito.

Suo obiettivo principale è quello di porre in discussione molti luoghi comuni sull’argomento, sulla base dei dati statistici e delle ricerche sul tema. Per citarne alcuni, con sorpresa probabilmente di molti lettori: in Italia l’immigrazione da alcuni anni è sostanzialmente stazionaria, a motivo soprattutto della lunga crisi economica, non è in corso nessuna invasione, nessuno tsunami umano si è abbattuto sulle nostre coste. I rifugiati e richiedenti asilo erano in tutto circa 300.000 a fine 2018, ossia poco più del 5% di una popolazione immigrata stimabile in 5,5 milioni di persone. Per di più, gli immigrati che vivono in Italia sono in maggioranza donne, europei, provenienti da paesi di tradizione culturale cristiana.

I rifugiati invece (oltre 70 milioni a livello globale) sono accolti per oltre l’80% in paesi del cosiddetto Terzo Mondo, e comunque fuori dell’Europa. Nessun paese dell’Unione europea rientra tra i primi del mondo per numero di migranti forzati accolti, mentre troviamo nelle prime posizioni piccoli paesi come il Libano e paesi molto poveri come l’Uganda e l’Etiopia. Il libano accoglie 154 rifugiati ogni 1.000 abitanti, la Turchia circa 40, l’Italia 4.

Non è neppure vero che l’immigrazione sia strettamente legata alla povertà. In Italia, come nel resto del mondo occidentale, gli immigrati non arrivano da paesi molto poveri, ma piuttosto da paesi di livello intermedio secondo gli indicatori dello sviluppo umano dell’ONU: nell’ordine, Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine. Per di più, gli immigrati mediamente non sono i più poveri dei paesi di origine, ma sono meno poveri di chi rimane. I poverissimi dell’Africa raramente sono in grado di percorrere lunghe distanze e di raggiungere l’Europa. Le migrazioni internazionali sono nel mondo soprattutto una strategia delle classi medie, magari in difficoltà nel riprodurre localmente il proprio tenore di vita.