In questi giorni in cui le Università chiudono e la didattica si trasferisce sulle piattaforme online, la sociologia italiana continua il suo lavoro di ricerca, nel rispetto delle limitazioni suggerite da OMS e ISS e dei decreti governativi; l’AIS è accanto ai suoi soci ed alle sue socie, pronta a sostenere e contribuire alla diffusione più ampia di ogni contributo alla comprensione delle dinamiche sociali che accompagnano il diffondersi della pandemia e – in un contesto di democrazia in cui il pensiero critico è una risorsa preziosa – ai modi per orientarle riflessivamente e sostenerne la capacità di innovazione e di rinforzo dei legami sociali e dei valori pubblici condivisi.

Sarebbe importante che l’epidemia e l’emergenza in corso diventassero, anche per i sociologi, occasione di apprendimento collettivo: che motivassero tutte/i noi sia a comunicare, nella sfera pubblica, la rilevanza del contributo sociologico alla intelligenza collettiva dei fenomeni sociali, che a fare, sempre più, rete tra noi. –

Uno dei più importanti insegnamenti della sociologia della scienza – prezioso per tutti gli altri scienziati sociali, per i virologi, gli epidemiologi e per chiunque è impegnato sul fronte della ricerca – che andrebbe comunicato anche ai cittadini, agli esperti (coinvolti sul doppio fronte tecnico e comunicativo) ai comunicatori  e ai decisori, è che, sin dalle origini della scienza moderna, il sapere dello scienziato non si configura come patrimonio o orientamento personale – e come tale socialmente deresponsabilizzato – ma, piuttosto, come risorsa pubblica, da costruire, salvaguardare e valorizzare come bene comune.

Noi scienziati sociali, in particolare, abbiamo la responsabilità di mostrare, con il nostro lavoro scientifico, il valore dei beni collettivi: la Sanità e gli Ospedali, ma anche la Scuola e l’Università sono presidi, ciascuno nel proprio ambito, per far fronte ad emergenze come questa (così come ai cambiamenti climatici, alle emergenze ecologiche, alle migrazioni e ai disastri che per ora sembrano non riguardarci). Solo così avremo attivato le risorse di capacitazione immunitaria, non solo contro i virus, ma anche contro l’idea che la società e la solidarietà collettiva non contano perché contano solo gli individui e le loro scelte personali, svincolate da ogni principio di responsabilità e solidarietà.

Ricordiamo che l’impatto sociale ed economico dell’epidemia, che è già percepibile a tutti/e noi, avrà ricadute e costi che dovranno essere socialmente ripartiti. Sarà importante studiare i modi più efficaci per far sì che la ripartizione di quei costi non ricada in maniera sproporzionata sui più fragili e che non si traduca in diseguaglianze di futuro, ma in nuova opportunità di unità e integrazione, a livello più elevato, tra le diverse parti del Paese, tra gli Stati Europei e a livello globale.