L’Associazione Italiana di Sociologia, come comunità scientifica, avverte l’esigenza di offrire un contributo di conoscenza e orientamento sulla questione vivamente dibattuta dei flussi migratori, con l’intento di promuovere processi decisionali basati su dati obiettivi e conoscenze consolidate.

Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica e delle autorità governative si concentra sugli sbarchi dal mare, è importante ricordare che gli sbarchi non sono l’immigrazione. La popolazione immigrata in Italia nel complesso è stabile da una dozzina d’anni, intorno ai 5,3 milioni di residenti regolari, più 4-500.000 persone in condizione irregolare. Questi numeri non bastano più a soddisfare i fabbisogni di manodopera: lo stesso governo ha previsto 450.000 nuovi ingressi dall’estero in tre anni.  La maggior parte dei residenti stranieri sono donne, quasi la metà sono europei, per circa tre quinti provengono da paesi di tradizione culturale cristiana.
Gli ingressi dal mare sono stati finora quasi 136.000 quest’anno (dato al 5 ottobre), certamente in aumento (l’anno scorso a quest’epoca erano 72.000).  Richiedenti asilo e rifugiati però ammontavano a 340.000 alla fine del 2022, di cui quasi la metà ucraini, ora possono essere stimati in 400.000 o poco più. Meno del 10%.  La grande maggioranza degli immigrati non è entrata in Italia via mare. Tra l’altro, chi arriva per asilo, riconosciuto o meno, di solito cerca di transitare verso altri paesi. La maggior parte del milione circa di persone arrivate dal mare nell’ultimo decennio oggi non si trova più in Italia. Non è neppure vero che l’Italia sia “il campo profughi d’Europa”. Nel 2022 su 965.000 prime domande d’asilo nell’UE l’Italia ne ha ricevute circa 77.000 (circa l’8% del totale), la Germania più di 200.000, Francia e Spagna oltre 100.000. Non va dimenticato, per contro, che l’UE ha accolto in pochi mesi nel 2022 circa quattro milioni di rifugiati ucraini, l’Italia 170.000, senza polemiche e distinguo.
Gli sbarchi non sono neppure una novità, e i flussi attuali non hanno dimensioni eccezionali. Si verificano da circa tre decenni. Già negli anni ’90 Lampedusa aveva ricevuto la medaglia d’oro al valor civile per il suo impegno nell’accoglienza dei profughi, che nel 1999 avevano sfiorato le 50.000 unità. Nel 2016 gli sbarchi avevano superato quota 180.000. Le ONG, nuovamente additate come fattore di attrazione dei viaggi per mare, nel 2022 avevano soccorso circa il 12% dei naufraghi, nel 2023 soltanto il 4%, a causa delle limitazioni imposte alle loro attività. Ciò nonostante, gli sbarchi sono aumentati.
Parlare di emergenza come di un fenomeno nuovo, improvviso e imprevedibile, e scambiare gli arrivi dal mare con l’immigrazione, sono degli approcci comunicativi che divergono dai dati di realtà.
Si giustifica inoltre la chiusura delle frontiere con la motivazione della lotta ai trafficanti, dimenticando però che nel Sud del mondo è praticamente impossibile per le persone comuni procurarsi un visto d’ingresso e i mezzi legali per entrare in Europa. I previsti ingressi per lavoro non riguardano paesi destabilizzati da conflitti e repressioni, come Siria e Afghanistan, e in ogni caso scalfiscono solo marginalmente questo regime di mobilità profondamente disuguale. Inoltre, contrariamente all’idea che si tratti d’immigrati “illegali”, o peggio clandestini, va ricordato che nei primi sei mesi del 2023 il 41% dei richiedenti asilo ha ottenuto un qualche tipo di protezione legale. Quando chi riceve un diniego fa appello in tribunale nella maggior parte dei casi ottiene un verdetto favorevole.  
È importante infine discutere di possibili soluzioni alternative alla situazione attuale e alla più volte annunciata chiusura delle frontiere mediante accordi con i paesi di origine e di transito irriguardosi dei diritti umani. La prima alternativa consiste nel far transitare nella categoria dei lavoratori i profughi idonei al lavoro, opportunamente formati: si risolverebbe sia il problema delle aziende in cerca di lavoratori, sia quello dei rifugiati in cerca di una vita dignitosa. Così sta avvenendo in Spagna, Francia, Germania. La seconda soluzione riguarda il potenziamento di altri dispositivi di ingresso per chi chiede asilo: reinsediamenti, sponsorizzazioni private o comunitarie, corridoi umanitari. Tutte soluzioni già sperimentate e funzionanti a livello internazionale, ma con numeri ancora insufficienti. Consistono nel far arrivare le persone, oggi precariamente ospitate nei campi profughi del Sud del mondo, in altri paesi disponibili ad accoglierli, in base a una lista di priorità. Lo possono e devono fare anzitutto gli Stati, (100.000 reinsediamenti all’anno, in media, a livello mondo, contro richieste superiori al milione), ma potrebbero contribuire anche associazioni, comunità religiose, enti locali, imprese. Si potrebbero aggiungere auspicabili alleanze tra soggetti pubblici e privati. In Canada con queste formule sono state accolte nel tempo 300.000 persone, tra cui negli scorsi anni 40.000 profughi siriani. I corridoi umanitari organizzati dalle chiese cattolica e protestante si collocano in questa prospettiva. Hanno promosso l’arrivo in Italia e in Europa di 5.000 profughi, perlopiù famiglie fragili, promuovendo un’accoglienza diffusa sul territorio e un ampio coinvolgimento delle comunità locali.  

Le soluzioni dunque esistono, manca la volontà politica di estenderle.

Maurizio Ambrosini

 

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