Ricordo di Edgar Morin. Una radicale sociologia del presente

Sergio Manghi*

Edgar Morin è scomparso lo scorso 29 maggio, a quasi 105 anni; era nato l’8 luglio 1921, a Parigi. Ha svolto la sua attività di studioso nei ruoli del CNRS, dove avrebbe in seguito ricoperto rilevanti incarichi direzionali. Tra questi, in particolare, la co-direzione, insieme ad Alain Friedmann e Roland Barthes, del CECMAS, Centre pour l’étude de la Communication de Masse, sorto nel 1960 per iniziativa di Alain Friedmann, alla confluenza tra il CNRS e l’école des Hautes études en Sciences Sociales. Dal 2008, dopo svariate ridefinizioni, il CECMAS è divenuto ufficialmente Centre Edgar Morin.
Edgar David Nahoum, figlio di ebrei sefarditi immigrati dalla Grecia, diventa Morin dopo la Liberazione, quando aggiunge il nome di battaglia da partigiano alla sua identità anagrafica. In tale gesto di stretta saldatura simbolica tra la propria esistenza individuale e la viva storia collettiva in atto è compendiata una cifra inconfondibile della sua vita. Una vita vissuta au rythme du monde, come s’intitola la raccolta dei suoi tanti articoli comparsi su Le Monde, omaggio del celebre quotidiano al suo centesimo compleanno.
Un’esistenza immersa senza risparmio nel fuoco del presente, e capace al tempo stesso, fino ancora ai suoi ultimi giorni, di uno sguardo lucido e radicale sul presente. Uno sguardo teso in permanenza a leggere e scrivere il presente come storia, per dirla con la nota formula di Paul Sweezy. Toujours en flèche – sempre sfrecciante (il francese flèche dice sia freccia sia guglia) –, come l’amico André Breton aveva scritto nel fulmineo ritratto-dedica sulla sua copia del Manifesto surrealista. Uno sguardo ben definito dal termine sociologia del presente, adottato da Morin in Sociologie, nel 1984 (edito già l’anno dopo in italiano, diviso in due volumi: Sociologia del presente, a cura di Giovanni Bechelloni, e Sociologia della sociologia, a cura di Alberto Abruzzese), e ben riconoscibile in ciascuno dei suoi tanti volumi, tradotti in ventisette lingue:a partire da L’An zéro de l’Allemagne, scritto nel 1946, quand’era responsabile della Propaganda del governo francese a Berlino (titolo al quale Rossellini si ispirò per il suo Germania anno zero), fino ancora a questi nostri giorni turbinosi (oltre una dozzina di pamphlet in questi anni venti del nuovo secolo, l’ultimo – Semi di saggezza – nel 2025).
La sua influenza culturale si è estesa molto oltre il suolo francese, specie nei paesi di lingua latina, tra i quali, con particolare rilevanza, il nostro (il solo dove siano stati tradotti quasi tutti i suoi tanti volumi). Fuori dalla Francia ha ottenuto trentotto lauree ad honorem, di cui sette nel nostro paese.
L’unità di esistenza personale e collettiva è ampiamente testimoniata dall’incessante auto-esame compiuto attraverso le numerose scritture biografiche, da Autocritica (1959) – seguito all’espulsione, nel 1951, dal Partito comunista, che aveva abbracciato nella Resistenza –, fino alle affascinanti pagine de I ricordi mi vengono incontro (2019), passando per il “dosteoevskjiano” I miei demoni (1994), per la ricostruzione delle vicende travagliate dei suoi avi, espulsi dalla Spagna dell’Inquisizione e passati per Livorno e Salonicco, narrate in Vidal, mio padre (1989), e molto altro ancora.
Esemplari della sua penetrante sociologia del presente sono in particolare gli articoli scritti “dal vivo” sul Maggio francese per Le Monde (raccolti in Maggio 68. La breccia). Ma lo erano anche, da ben prima, il film Chronique d’une été (1961), girato per le strade di Parigi con il regista Jean Rouch (pietra miliare del cinema-verità), i lavori sulle metamorfosi in atto nelle comunità rurali, sull’industria del cinema, sulle culture giovanili e sulla rivoluzione culturale associata all’avvento dei media. Opere quali Il cinema o l’uomo immaginario (1956), Le star (1957) e Lo spirito del tempo (1967), in particolare, che all’epoca gli valsero l’anatema del mandarinato accademico (ma difeso, fra altri, dall’amico Alain Touraine), sono tuttora ricordate come fondative dagli attuali studiosi delle comunicazioni di massa.
L’attenzione prioritaria per l’immaginario, al cuore di quelle opere, aveva già preso forma con chiarezza, a ben vedere, nel corposo lavoro antropo-sociologico L’uomo e la morte (1951), prima germinazione della sua autonomia di pensiero, in coincidenza con il suo ingresso al CNRS. E avrebbe continuato a fecondare il suo acume di “onnivoro culturale”, com’egli stesso ebbe a definirsi, anche nella coraggiosa svolta biografico-intellettuale che all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso ha fatto di lui l’Edgar Morin oggi più universalmente noto: l’Edgar Morin della grande avventura transdisciplinare del Metodo e del pensiero complesso.
Questa impresa straordinaria, annunciata nel 1973 dal magistrale Paradigma perduto e sviluppata nei sei corposi tomi aperti da La natura della natura (1977) e conclusi con Etica (2004), consacrati alla ricomposizione in chiave di complessità dei saperi, scientifici e non, che la modernità “cartesiana” ha frammentato e ingabbiato nel mito modernista dell’onniscienza, si proponeva infatti, a ben vedere, di spingere l’interrogazione sul presente – sulla neonata “comunità di destino terrestre” (Terra-Patria, 1993) –, al livello radicale delle premesse epistemologiche che continuano a nutrire un immaginario collettivo obsoleto e suggerirci automaticamente forme d’azione controproducenti e distruttive. Non l’astratto interesse per le nuove scienze emergenti, scriveva nell’introduzione alle oltre 500 pagine della Natura della natura, ma “la radicalità della crisi della società, la radicalità della crisi dell’umanità mi hanno spinto a ricercare al livello radicale della teoria”; aggiungendo ancora: “mi sono sentito animato dalla religione di ciò che connette, dal rifiuto di ciò che rifiuta, da un’infinita solidarietà”.
In continuità, al fondo, con quella sensibilità ai nessi inestricabili tra ragione e immaginario, e più ampiamente fra natura e cultura, che seppure in forma embrionale era già all’opera nel pionieristico L’uomo e la morte, l’avventura del Metodo è nutrita dall’acuta percezione di una spaesante mutazione insieme ecologica e antropologica ormai vertiginosamente in atto (L’anno I dell’era ecologica, s’intitolava un suo scritto del 1972); una mutazione che ci pone dinnanzi al compito immane e inaudito, unitamente epistemologico ed etico-politico, di saperci reimmaginare come parte vivente, in connessione con tutte le altre, non separata e non più illusa di poter essere dominante – cartesianamente maître et possesseur de la nature –, di un’avventura terrestre ampiamente sconosciuta.
A questo compito Edgar Morin si è dedicato anima e corpo per mezzo secolo. Affiancando la fatica concettuale del Metodo con numerose analisi a tutto campo sulle nuove sfide emergenti (Pensare l’Europa, 1987, Per uscire dal XX secolo, 1989, Terra-Patria, 1993, La via, 2012, La fraternità, perché?, 2019, Cambiamo strada. Le lezioni del Coronavirus, 2021, Di guerra in guerra, 2023); e a partire da quel best seller mondiale che è stato il libriccino La testa ben fatta (1999), dedicando un’attenzione crescente, anche sotto l’egida dell’Unesco, a una riforma dei processi formativi all’altezza delle radicali trasformazioni in atto.
In occasione della cerimonia per i suoi 100 anni, svoltasi all’Unesco, papa Francesco, che nel 2019 l’aveva voluto incontrare personalmente, nel suo ampio messaggio d’auguri ne ha salutato la dedizione costante alla “coscienza di un destino comune dell’umanità, destino fragile e minacciato”, invocante “la necessità di una politica di civiltà”. Nel nostro paese, per il quale aveva una predilezione particolare, legata anche alle radici livornesi del ramo famigliare materno, quell’anniversario speciale è stato celebrato da un volume composto da oltre cento contributi dai più diversi ambiti scientifici e umanistico-sociali (Cento Edgar Morin, a cura di Mauro Ceruti, 2021).
Il 3 giugno 2026, la République gli ha tributato gli onori solenni dell’Hommage National, nel cortile del Dôme des Invalides, con un ispirato elogio funebre del Presidente Emmanuel Macron.

Il testo rappresenta una anticipazione di un articolo che sarà pubblicato sui Quaderni di Sociologia

Testi Morin in italiano al 2025

 


 

* Già Professore Ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Parma, dove insegna attualmente Sociologia della comunicazione ed ecologia delle idee.

 

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